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domenica 1 settembre 2013

Confessioni di un'anima persa tra vento e tram numero 3

Fu una folata di vento a portarti via mentre sedevamo sullo scalino dell'antica chiesetta a ripararci dalla pioggerellina primaverile. O forse fu il tram numero 3, quello che passava di lì per poi proseguire ed arrivare a fare capolinea in una strada semi deserta, dove non c'erano né case né uomini.

Di fatto, bastò sciogliere un attimo le nostre mani intrecciate e tu non c'eri più.

Feci tante volte il giro di strade, piazze, vicoli. Presi anche il tram numero 3. Mi persi in quella periferia deserta e in via di costruzione, fino al limitare del bosco.

Davanti al buio di quella macchia fitta mi sentii smarrita e sola: fu necessario rassegnarsi con sgomento.

Mi misi a cercare altro e iniziai a viaggiare, conoscere, incontrare, progettare, costruire.
Qualche volta vinsi, molto spesso persi tutto. Ma sempre mi rimisi in piedi pronta a ripartire.
Conobbi saggi, incontrai opportunisti senza scrupoli, scoprii pensieri diversi dai miei dai quali mi lasciavo sedurre e conquistare, bevvi come acqua tutto quello che era bellezza.
Il bene e il male mi furono maestri.

Ogni tanto mi sembrò di trovare tracce di te. Una volta nello sguardo che si fece abbraccio nella seta di una bandiera, una volta in un saluto fatto di un sorriso lontano, altre rare volte nel suono di poche parole bisbigliate.

Tracce di te, come le briciole di Pollicino.

Poi, quando ero nel bel mezzo del mio viaggiare e non ci pensavo più, sentii di nuovo quel vento.
Lo riconobbi subito e sì che ne era passato di tempo!
Un brivido di quelli che preannunciano una sorpresa che speri: mi girai ed eri seduto accanto a me.

Mi stavi cercando, dicesti.
Da molto, dicesti.
Volevi me, dicesti.

Fu la gioia di un attimo, tempo di un abbraccio.
Poi la paura immotivata di vederti sparire ancora ebbe la meglio.
Mi chiusi nei luoghi più protetti, dove quel vento non potesse entrare.
Ma il vento va dove vuole e tu eri lì.
Sempre lì.
E rimanevi. Nonostante quel vento.
Rimanevi. Anche dopo il passaggio del tram numero 3.
Lo avevi domato quel vento. E infatti ora ti portava da me.
Sempre. Anche quando ti mandavo via.

La tua silenziosa, calma, paziente tenacia mi persuase.
Tornai a sedermi accanto a te, ma tempo di un attimo la pioggerellina si trasformò in un temporale. Non soffiava vento. Ci furono tuoni e fulmini.
E più che perdersi fu uno scappare.
Ciascuno riprese le sue mani.
Ma fu per poco.

I temporali sono impetuosi, però finiscono presto.

Le nostre mani tornarono ad intrecciarsi, per riappropriarsi di un viaggio interrotto tanto tempo prima, forse per troppa ingenuità.

Ritrovando te ritrovai tante cose mie che vivevano in te.

Viaggiammo anche sul tram numero 3 che ancora faceva capolinea nello stesso posto. Lì non c'era più una periferia deserta che confinava col bosco; no, adesso quello era il cuore di un centro commerciale pieno di luci, auto e rumori.
Rimasi stordita da tanto chiasso, il bosco dove avevo perduto ogni speranza di ritrovarti non si vedeva più. Provai nostalgia: era da lì che ero partita viaggiando alla ricerca di altre esperienze.
Eppure, in quel rumore la nostalgia era un sentimento inatteso e poco appropriato.

Mi girai verso di te. L'aria era rossa.
Solo allora, guardando i tuoi occhi, mi fu chiaro tutto quello che avevo cercato fino ad allora.

Io guardavo te e vedevo me.

Il mio cercare, era stato cercarti.

lunedì 5 agosto 2013

Confessioni di due anime che si riconoscono senza conoscersi

Poi venne il giorno in cui un'anima amica di cui Lei non sapeva neppure il nome, la fece riflettere per pochi eterni attimi sul senso dei segni e delle parole.
Fu uno scambio di sapere senza tempo e senza possibilità di definizioni.

Si incontrarono per caso ma chissà da quanto tempo viaggiavano accanto.
Lei aveva lo sguardo perso e l'anonimo compagno di viaggio prese la parola. Come fosse la cosa più naturale da fare e così fu.

Le ricordò di come ci perdiamo la visione profonda delle cose, presi come siamo dal caldo e dalla fretta.

Così le parlò di tante cose. Ad esempio del numero 1 che è l'unità. Già, perché nell'uno ci sta dentro il due, poi il tre e così via.
E le rammentò di avere l'accortezza di chiamarle col nome più corretto di "cifre" e non di "numeri".
E da un'unità di fatto si proviene anche se ci disperdiamo.

Poi le disse dei molti sensi delle parole. Della sacralità delle parole che devono esser ogni volta "scoperte", "rivelate". Liberate dai mille veli che ne oscurano colori e sfumature e collocate così nude nel giusto contesto per cui sono usate.

Accarezzate, ascoltate, scoperte, denudate con curiosità e passione come si fa con chi si vuol amare.

Poi le disse di usare la volontà. Una volontà cosciente capace di provocare liberazione o meglio libera/azione.
Una volontà capace di farti tenere testa e accogliere con prontezza quello che all'improvviso può (nel bene o nel male) travolgere.

Le disse molto altro e le consigliò in quel caldo e in quel gran movimento di inutili energie di fermarsi a guardare l'essenziale.

Da quel momento Lei ebbe di che riflettere, ma per iniziare bastò poco.
Era caldo davvero, eppure si agitava da tempo un vento fatto di falsità, invidia, meschinità, ambiguità e tutta quella variopinta gamma di bassezze umane dominate dalla superbia, dall'egoismo, dall'ignoranza, dall'egocentrismo.
Per di più quel vento le ripresentava - come in un film - una serie di fantasmi e vampiri con cui era giunto il momento di dirsi addio.

Con un atto di decisa e cosciente volontà chiuse le finestre e impedì al vento di entrarle dentro e provocare scompiglio.

Era il momento (anche solo per un'ora) della bellezza e della pace. Avrebbe potuto partire, cercare, immaginare chissà quali fantastici luoghi per un attimo di felicità.

Invece non ebbe dubbi. Abbassò ogni luce, spense il girare della sua testa e cercò il silenzio.

Fu una bella giornata.
E fu grata all'esistenza di averle fatto incontrare quell'anima amica di non sapeva il nome, ma con cui tanta era l'appartenenza.


lunedì 23 luglio 2012

Confessioni di un'anima nuda, senza calzari

Ho sempre cercato luce e fuoco negli occhi di chi incontravo, così come nei miei occhi, ogni volta che li guardavo in uno specchio.
Luce e fuoco. Con la speranza di averne a sufficienza per scaldare e illuminare la notte di chi ne avesse bisogno. E la mia notte.

Ho cercato aria nel cuore e nella mente di chi avvicinavo per essere sicuro di non soffocare e non esser soffocato. La stessa aria che portavo nel mio cuore e nella mia mente.

Ho sempre avuto riserve d'acqua per dare linfa alle mie energie migliori. Acqua che ho donato e che spesso mi è stata offerta.

Ho diviso da sempre la terra e i suoi frutti con chi cammina accanto a me.

Desidero che i miei pochi compagni di viaggio, che siano scelti dal caso o dalle mie voglie, abbiano almeno lo sguardo rivolto in una direzione simile alla mia.

Amo che siano anime molto diverse tra loro, convinto che nella differenza si nasconda la vera ricchezza.

E quando permisi a chi mi stava seduto accanto, in questa carrozza che è il tempo che va, di essermi amico, mi fidai.

Cercai onestà regalando onestà a scatola chiusa. Con la speranza di non trovarmi mai ad avere a che fare con una menzogna.

Cercai lealtà essendo leale con tutto il coraggio che avevo.

Sbagliai talvolta, ma lo feci in maniera così grossolana che la mia buona fede non fu da metter in discussione. Semmai la mia dabbenaggine.

E a coloro che volli come mia famiglia, detti più di quello che avevo.

Uno dopo l'altro li vidi scender alle loro fermate e poi prender le loro strade. Qualcuno salutando con cortesia, altri sparendo nel buio, altri sbattendo porte.

Mi chiesi molti perché e mi sentii perfino colpevole di tanti abbandoni ingiustificati e talvolta dolorosi.

Poi, un bel giorno, fu io a salutare e a scendere.
Fu un doloroso sollievo, un nuovo capire.

Il bisogno è natura, la "sublimazione" del bisogno è condizione.

Un'anima non è fatta per le catene della ragione; la fame di un'anima è sempre fame di puri bisogni.

E quando i bisogni sono mediati dai pensieri, dalle convenienze, ci son di mezzo "condizioni", un apparato di regole e dogmi, che poco hanno a che fare con l'istinto, la naturalezza.

E io, che sono un'anima di viaggiatore, ho bisogno di istinto primordiale. Se adesso non trovo fuoco, luce, aria, terra, acqua, li continuerò a cercare. Non mi hanno portato via tutto. Una cosa ce l'ho: la solitudine.
La mia solitudine.
E' già un punto di partenza.

Se questa è la scommessa che l'esistenza gioca su di me, perché proprio io devo darmi per perdente?
Si parte di nuovo e si parte da qui.
Il resto si farà.

***
Nudo, senza neppure i calzari, di questo ragionava mentre era convinto di sostare. In realtà stava andando. Era in viaggio. E di strada da fare ancora ne avrebbe avuta.


mercoledì 2 maggio 2012

Confessioni di un'anima lacerata

Besta una canzone in una lingua sconosciuta per sanguinare.

Mi mancano molto le tue parole narcise e piene di verita' inconfutabili.
Mi mancano molto i tuoi occhi talvolta miopi e testardi, di certo incapaci di vedere le mie evoluzioni.
Mi mancano i tuoi pensieri egocentrici ed egoisti e pieni di poesia.
Mi mancano i tuoi sospiri prima vogliosi e sordidi e poi pieni di rimorsi e rimpianti per aver osato.
Mi manca il battere del tuo cuore.

Mi manca il tuo giudizio su di me che mi hai sempre vista come insopportabile ma di quell'insopportabile a cui ci si abitua come a una penitenza da espiare così da conquistare il paradiso.
Mi manca la tua voglia di mandarmi a quel paese ogni volta che forse ti dico quella verità che non vuoi sentire, o quando infilo le mani dove non vuoi che nessuno le metta.
Mi mancano i tuoi silenzi pieni di prepotenza e arroganza e di "io ho la mia privacy".
Mi mancano le tue difese estreme fatte di fughe verso altro, un altro qualsiasi, vivo o morto che sia. Vero o falso che sia.
Mi manca il tuo originale modo di esser psicopatico.
Mi manca tutto, compreso il sesso fatto male...

...perché poi bastava un piatto di pasta cucinata con le verdure come ho visto solo preparare a te, per nutrirmi ovunque.
Perché poi bastava un aperitivo mignon fatto col limone e preparato su misura per dimenticare la fatica indispensabile di sopportarti.
Un brano ascoltato in quella stanza colorata ed era casa.

Non so cosa ti manchi e se ti manchi qualcosa di me.
Di fatto adesso non ci siamo. Non ci siamo più.

Quando gesti consueti e usate parole che per la prima volta mi son sembrati nuovi e feroci mi son stati gettati contro come sassi affilati, ho risposto lanciando coltelli.
Un bagno di sangue, una guerra inutile dove per la prima volta siamo stati esplicitamente cattivi entrambi.

Poi e' calato il silenzio. E quando abbiamo tentato di romperlo ciascuno evidentemente si aspettava reazioni diverse. E ora il silenzio rimane.
Pesante. Innaturale.

Di fatto non si passa dal tutto a un po' meno. Lo sai bene anche tu. Si passa dal tutto al niente, ma e' ridicolo. Fra noi che siamo un frullato di frutta fresca e' ridicolo.
E dov'e' la tenerezza che ci accompagnava?
La dolcezza? Il sentire prima?

E adesso che ogni tanto penso di aver paura di non avere abbastanza tempo per far tutto quello che voglio fare prima di morire, mi trovo a pensare che tutto questo tempo non lo ha nessuno.

E allora, non riuscendo a dirtelo in altra maniera, te lo dico con questo dolore che mi porto dentro che ti voglio bene.

Te lo dico con tutta la tenerezza che ho in corpo che la tua solitudine che viene imposta anche a me, mi disgusta.

Ti ho aspettato per un incontro occhi negli occhi se solo avessi capito o ti fosse interessato. Un incontro non programmato, spontaneo, che avrei voluto tu avvertissi necessario, e lo avvertissi necessario proprio tu per una volta. E avrei voluto ti prendessi la responsabilità di presentarti qui, davanti a me, costi quel che costi.

E invece mi porto dentro questa offesa del tuo tenermi scontatamente sempre e per sempre accanto come fossi la tua mano attaccata al tuo braccio e ignorare il mio essere profondo che andrebbe curato come io faccio da sempre col tuo.
La tua indifferenza verso il rispetto che merito come chiunque altro.

Come con mia madre anche con te che mi sei stato genitore, fratello, amico, nemico, tutto, ho fatto di tutto per esser amata. E ho sbagliato molto.

Non dovevi far altro che abbracciarmi, ma hai dato per scontato che non fosse affar tuo.
Troppo pesante.
Troppo generoso.
Tutta questa forza e tutta questa generosità l'hai presa per impegno. Un impegno da cui scappi da tutta la vita.
Ma non si scappa da se stessi.

E io che son peggio di te, sono qui che ti guardo e capisco. Non riesco a far finta che non sia successo niente, perché scuse non me le hai chieste.

Pero' mi chiedo quando finirà, se ci sarà ancora un tempo, del tempo e soprattutto tempo.

Perché io che sono peggio di te, tutto quello che tra noi e' straordinario lo ricordo a memoria e, se lo ricordo io, son certa che tu sai far di meglio.
E se ti voglio bene io, non ci voglio credere che tu non sappia volermene anche di più.

E in serate come queste basta una canzone in una lingua sconosciuta per sanguinare.
E sai bene che nonostante l'augurio della buonanotte, non sarà una buonanotte.
Almeno per questo pezzo di vita che si muove qui.
Almeno per questo lembo di un'anima lacerata.

martedì 13 dicembre 2011

Confessioni di un'anima che finora ha capito poco

Finora il mio è stato un viaggio faticoso.
Ho sempre avuto qualcosa da fare.

Sin da piccola, ho dovuto consolare chi era più piccolo di me. Difenderlo da ingiustizie e inutili violenze.
Ho dovuto dare una mano a chi restava più indietro di me a causa di un maestro severo.
Poi, ho dovuto incoraggiare chi non si sentiva bello, chi non aveva il vestito nuovo per la festa, chi riceveva un'educazione troppo rigida, chi si faceva infrangere il cuore per i primi amori.
Ho ascoltato ore e ore. Ho offerto le mie parole e i miei abbracci a chi li voleva o ne aveva bisogno.

E il difficile è arrivato prestissimo, quando ho dovuto accettare di non aver potuto far niente contro la testardaggine di uno dei miei più cari amici che aveva dannato la sua anima per sempre dentro una siringa.
A nessuno di noi due all'epoca era concessa la patente per guidare. Ci sarebbero voluti almeno un paio d'anni buoni. E quando si è così piccoli un mistero così grande come la morte, è un qualcosa che si affronta con la stessa incoscienza della vita. E infatti dopo ci sono stati amici da salutare perché se ne sono andati correndo troppo per strada, frantumando il proprio motore contro un altro motore e così via.
Distacchi terribili anche quando naturali, come quelli che portano via i vecchi di casa. Distacchi che comunque prevedono un lavoro infinito per provare inutilmente a colmare un vuoto che resta sempre incolmabile.
E io lì a consolare. A far coraggio per darmi coraggio.
Ho asciugato le lacrime di chi ho visto soffrire.
Ho sofferto con loro e sono andata avanti.
Ho aiutato a coltivare i sogni di chi aveva sogni.
Ho sperato nelle speranze di chi nutriva speranze.
Ho creduto a chi credeva a qualcosa con forza e determinazione.
Ho aiutato chi non sapeva come arrivare a fine mese.
Ho aiutato a guarire chi stava male.
Ho aiutato chi aveva delle capacità a farne dono per gli altri.
Ho cercato di avere sempre una candela in mano per offrire un po' di luce a chi aveva perduto la strada.
Ho visto sorrisi di gioia e giornate di sole piene di vita e di energia buona.
Ho visto volti illuminati dalla passione e poi distrutti dalla passione ma incapaci di rinunciare alla passione.
Ho sostenuto anche chi commetteva errori sapendo di commettere errori.
Ho sempre votato a favore dell'amore pur avendo una mia personalissima idea di amore che non veniva compresa.
Ho aiutato bambini a nascere, ragazzi a crescere, adulti a migliorarsi, anziani ad accettare.

L'ho fatto con il cuore e in buona fede.
Magari sbagliando, ma in buona fede e con entusiasmo.
L'ho fatto con tante e tante persone. Fino all'ultimo caldo.
Poi, appena finita l'estate, mi sono fermata un'attimo perché il freddo è arrivato all'improvviso e mi ha trovata impreparata. E sola.

E ora, che sono seduta alla luce di una lampada arancio, mi accorgo che l'anima di tutte quelle persone ero io. Io ero tutte quelle persone.
E ancora non ho capito niente di tutto questo bell'andare.
Ma spero, perché vedo in lontananza una candela che si muove nel buio. Forse è lì per me.
E spero.

sabato 5 novembre 2011

Confessioni di un'anima che prova a svestirsi

E' difficile per me che non so condividere emozioni, parlare di emozioni.
E' difficile per me che credo fortemente nella sacralità dell'intimità, parlare di intimità.
E' difficile per me parlare di cielo, guardando un cielo di cui non conosco il volto.

Ho trascorso i giorni che finora ho avuto a giocare. 
Mi sono travestita da carnevale anche quando nel cuore c'era la quaresima. 
Perché mi volevano così. E mi sono convinta che doveva essere così!

Ho giocato al gioco più furbetto: quello dell'eterno bambino, il monello che sa come farla franca, che sa che c'è una via d'uscita anche quando non ha studiato la lezione e la professoressa è lì pronta ad interrogare.
Mi sono presa alla leggera, o meglio, ho fatto in modo di mostrare al mondo che io sapevo prendermi alla leggera, lasciando la pesantezza del mio vivere alle mie notti solitarie e insonni.
Notti insonni e solitarie talvolta anche quando il letto era pieno.
Poi c'erano le notti più buie, quelle in cui il letto non lo dividevo con nessuno, né per gioco né per amore.. 

Che poi l'amore...
L'amore tra due anime pronto a diventare legame mi ha sempre fatto paura, perché lì ho visto gli occhi della morte.
Una morte lenta, fatta di polvere quotidiana e sempre più lente abitudini che alla fine tolgono il brivido della scoperta e del mistero, che danno quella tranquillità che per educazione devi definire confortevole tepore ma che in realtà è puro freddo. 
Da lì la voglia di tradire, di andare altrove, di trasgredire. Giocare e ancora giocare. Sentirsi lontani da quanto di più immobile possa esservi.
Per questo ho corso sempre alla ricerca del piacere, lasciando perdere l'amore.

Il piacere ad ogni costo.
Il prendermi quello che di bello capitava, il godermi l'attimo.
Ma non sono cattiva: mi son pentita se ho fatto soffrire qualcuno, e quando è capitato ho sofferto anche io, ma non l'ho dato troppo a vedere. 
La vita è vita. E alla fine ciascuno prende e dà quello che crede. O almeno si dice sia così.
Io, mi sono sempre assolta.

E poi ho messo grande impegno a non raccontare ciò che di doloroso ho vissuto: certo, non ho mai dimenticato i miei morti, ma ho fatto in modo di pensarci solo quando nessuno mi poteva vedere.
Ho più volte sentito salire le lacrime agli occhi e ho fatto una fatica immane per trattenerle e cacciarle indietro.
Non per vergogna, no. Per pudore. Per paura. Non volevo essere rifiutata per questa mia tristezza.
E allora un drink e una musica capace di stordire.

Ho vissuto in un "mondo" che mi voleva sempre allegra, positiva e in forma.
Ho cacciato la mia malinconia negli angoli più bui della mia cassa toracica, ho sempre brindato inneggiando al bicchiere mezzo pieno mentre sapevo di berlo mezzo vuoto e ho sempre nascosto i miei malesseri, le mie malattie, al punto da diventare ipocondriaca e star lontano anche da chi è raffreddato.
Mi infastidisce chi si lamenta, perché porta a galla esattamente ciò che io rifuggo.
Odio chi è afflitto da problemi perché io non voglio badare manco ai miei.

Ma non perché sono egoista. Anzi. Senza farlo vedere partecipo alla vita altrui. Aiuto come posso, ma di nascosto. E lo faccio volentieri ma finché ne ho voglia. 
Perché prima vengo io e io, credetemi, devo "reggere" una parte bella tosta: sono triste e sola e mi presento allegra e piena di compagnia. Ogni giorno un trucco e un inganno.
E guai se qualcuno mi "sgama". Lo caccio come fosse satana. 
Sentirmi sbattere in faccia la verità è per me intollerabile.
Perché la mia verità la so. Ma non la voglio sapere.

Ho paura di mostrarmi, sarebbe un impegno con me stessa troppo ingente. E così "mi racconto" che lo faccio per "riservatezza". 

Sia chiaro: mi turbano anche le emozioni "positive", la bellezza vera. E infatti definisco quasi tutto bello. Perché quando incontro la bellezza che scava dentro, mi trovo a lottare con sospiri che di nuovo cacciano indietro lacrime e brividi che non oso mostrare. 

Non voglio prendermi la responsabilità del fare i conti con la mia essenza. Dovrei dare spiegazioni ed è proprio quello che non voglio. Rinuncio anche a un possibile amore pur di non lasciarmi coinvolgere. Se trovo qualcuno che vorrei provare ad amare mi fermo un attimo prima e lo distruggo, perché sarebbe la mia rovina. E questo non è indolore, ma almeno non mi uccide.

Non voglio soffrire.
Non voglio morire.

Poi, all'improvviso, basta uno stato d'animo collettivo, una tragedia che lascia il mondo senza parole e mi ritrovo a pregare a voce alta. Faccio i conti con la mia sensibilità così accentuata da diventare talvolta lama di coltello. Sbatto la testa contro un malessere che mi porta turbamento, smania, incertezza, dolore.

E' uno strano modo di sentire il mondo, questo mio voler esser sorda.
E' una terribile stagione di bilanci, questa che mi mette spalle al muro con una solitudine che finora è stata voglia di non impegnarsi e adesso diventa paura del futuro.
E' un momento di bilico e incedere incerto, questo che mi fa pensare a un tempo che immagino eterno come avessi 15 anni e che invece così eterno non è più.

Vesto l'abito che non mi si addice. Quello del carnevale ad ogni costo. 
Ma la cosa strana è che non devo nascondere ogni giorno una quaresima.
Alla fine è un tempo bello anche quello che mi scorre adesso dentro i polsi. Se solo ne seguissi il battito regolare senza voler bluffare con me stessa, o voler sembrare quella che non sono più o - peggio - che non sono mai stata...
E quando per un solo attimo riesco ad tirar fuori anche solo un briciolo di quello che davvero mi fa battere il cuore, vedo occhi pieni di meraviglia e stupore che mi guardano. Mi vedono bella.
E mi chiedo...
Quanta strada ancora dovrò fare per accettare la bellezza della mia naturale imperfezione, del mio umore altalenante, delle mie emozioni che necessitano di esprimersi?
Quando imparerò a parlare da uomo con gli uomini e a guardare il cielo dalla terra sulla quale cammino?
Quando saprò conservarmi gioiosa e giocosa come una bambina, pur responsabile come un'adulta.
Quando imparerò ad aver fiducia nel mio amore? Nell'amore?

E mentre son qui in una notte di inattese preghiere a un cielo nero e gonfio che racconto, mi accorgo che inizio a svestirmi.
E non ho poi così freddo.

sabato 22 ottobre 2011

Confessioni di un'anima sempre più stanca, sempre più forte

Ho accolto prima i tuoi occhi, poi il tuo sguardo. Mi sono lasciata denudare, in fretta.
Poco importava se il luogo era freddo o squallido. Era lì che doveva accadere, ed è stato bellissimo.
Ho accolto prima la tua voce, poi le tue parole. Mi sono lasciata sedurre, subito.
Poco importava se erano pasti mai consumati del tutto. Me li son fatti bastare, sapevo che c'era di più.
Ho accolto prima il tuo respiro, poi la tua bocca. Mi sono lasciata mangiare.
Poco importava se i morsi facevano male. Me li son fatti piacere, perchè poi c'erano labbra che lenivano.
Ho accolto prima la tua pelle, poi il suo calore. Mi son lasciata abbracciare e mi son perduta e ritrovata mille volte in quell'abbraccio.
Poco importava se questo fosse sconveniente o indecente. A me sembrava splendidamente naturale.
Ho accolto prima la tua carne, poi il tuo corpo. Mi son lasciata consumare.
Poco importava se questo avesse un senso o meno agli occhi del mondo. Per me era preghiera.
Ho accolto prima il tuo sangue, poi la tua anima. Mi son lasciata abitare.
E' stato imparare di nuovo a credere di poterci sfiorare la meraviglia.

Ho toccato con le mani nude la bellezza e lo squallore. La gioia e la tristezza. La ricchezza e la miseria. L'umiliazione e l'unicità.
Sono sprofondata dentro mari d'amore camuffato e mari di inquietudine travestita.
Son sempre rinata: cambiata, diversa. Ho imparato a cercare e ancora "tendo a..."

In questo mio andare ti ho trovato per caso e adesso che mi fermo a pensarci mi dico che è stata una gran fortuna.
Quello che è accaduto lo amato tutto. Sì, l'ho amato tutto come sacro.
Ho rispettato rumore e silenzio.
Ho camminato scalza e vagato nuda per un bel po' tormentandomi di domande.
E alla fine ho creduto a tutto: ai tuoi occhi, al tuo sguardo, alla tua voce, alle tue parole, al tuo respiro, alla tua bocca, alla tua pelle, al tuo calore, alla tua carne, al tuo corpo, al tuo sangue, alla tua anima.
E ho creduto soprattutto alle tue bugie. A tutte le tue bugie. Perché sentivo di poterci credere.

Ho avuto sempre totale e piena fiducia. Ho imparato la fiducia e ho vissuto la fiducia.

Per questo adesso non riesco a credere a questa sorta di indefinibile crudeltà, o assurda punizione.
Per questo, anche adesso, anima mia adorata ti abbraccio con tutta la dolcezza, la compassione e la comprensione che ho e che posso.
E continuo ad andare, perché siamo ancora là in mezzo e c'è ancora tanto da fare.
E continuo ad andare.
Sempre più stanca, sempre più forte.

lunedì 26 settembre 2011

Confessioni di un'anima che pensando alla fine scopre l'inizio

Sono nata in una nuvola di borotalco e baci e coccole. Ero nutrita di latte e amore.
Era bello ricevere, alla fine quasi noioso.
Sono stata da sempre così al centro del mondo, che per me è stato naturale vivere pensando di essere il centro del mondo.
E così sono diventata naturalmente prepotente, arrogante, egocentrica, narcisa.
Se qualcuno non mi dava spontaneamente io mi meravigliavo e prendevo. Con una grande educazione formale, certo, ma con un'enorme violenza di fatto.

Sono cresciuta come una sanguisuga.
Ho spogliato corpi e derubato anime. Ho graffiato cuori e ucciso di indifferenza. Ho lasciato anime morire di stenti, di silenzi, di dolore.
Ho illuso e deluso per il puro piacere di farlo, perché ogni volta ero consapevole di accoltellare qualcuno.
Ho detto "no", anche quando ho detto "si", e ho detto "no" ogni volta che qualcuno mi ha chiesto qualcosa, così, per vedere fino a che punto arrivava il mio potere.
Ho imposto i miei bisogni e i miei desideri anteponendoli a tutto e tutti: prima ci sono sempre stata io.
Prendere o lasciare.
Sono fuggita ogni volta che mi si richiedesse un impegno; o meglio, ho finto di abbracciare un impegno qualche volta, però solo quando ero certa che potevo fuggire di lì quando volevo.
Ho seminato sofferenza gratuita, perché ogni volta che mi trovavo davanti a qualcuno migliore di me, lo manipolavo per poi distruggerlo e il tutto camuffandolo da amore.
Sì, amore.
Perché paradossalmente ho parlato solo d'amore, d'amicizia, di voler bene.
Ho chiamato amore il mio egoismo, la mia avidità, la mia aridità.
Non sono mai stata educata ai sentimenti: ho solo preso. Tanto sapevo che potevo sempre rifugiarmi nel profumo di quel borotalco e nel calore di quelle coccole.

Il bello è che ho scoperto che trattando male gli altri, calpestandoli con garbo e delicatezza ma senza alcuna pietà, torturandoli in maniera implacabile io non "mi perdevo niente e nessuno".
Erano sempre tutti lì. Sorridevano e mi abbracciavano quando volevo.
Sparivano se io decidevo che dovevano sparire.
Ho pensato di essere onnipotente.

Un giorno però ho avuto paura. Paura di morire.
Non sapevo cosa fosse. E ho scoperto che si può star male.
Ho pensato che prima o poi svanirà l'odore di borotalco e il tempo si porterà via la mano che mi ha nutrito di coccole. Non avrò più un nido "sicuro". Avrò delle vere responsabilità dalle quali non potrò esimermi.

Quel giorno ho scoperto di aver vissuto chiamando amore la mia paura di restare sola.
Ho detto ti voglio bene a mille e mille persone, ma non l'ho mai dimostrato a nessuno.
Mi hanno tutti sorriso perché miei "prigionieri" e non perché liberi di scegliermi.

Ho scoperto di essere sola.
Ho scoperto di non avere ricchezze e vestiti.
Ho scoperto di avere fame, di avere sete, di avere bisogno di tutto e di tutti e ho capito che non ci si sazia prendendo e pretendendo.
Ho scoperto di aver perduto molto e molti.
Ho visto il vuoto.
Ci sono caduta dentro.

Ho pensato fosse la fine, ho scoperto che poteva essere solo l'inizio.

Chi mi avvolse in una nuvola di borotalco e baci e coccole, chi mi nutrì di latte e amore, mi aveva messo ai piedi un paio di sandali blu con gli occhi e mi aveva insegnato ad andare da sola, perchè potessi guardare il mondo dagli occhi di quei sandali blu.
Io troppo presa a guardare me stessa, di avere le scarpe non me ne ero accorta.

Adesso mi volto indietro e quei sandali non mi vanno più.
Con umiltà me li lego al collo.
Penso: sarà difficile rifare la strada che non ho mai fatto e farla a piedi nudi. Sarà doloroso, tanto doloroso quanto è stato doloroso il mio incedere nel cammino dei miei compagni di viaggio.
Ma non c'è altro modo.
Devo diventare grande, fosse solo per la felicità di chi mi avvolse in una nuvola di borotalco e baci e coccole e chi mi nutrì di latte e amore.

Non serve chieder scusa. Serve di vivere chiedendo scusa.
Non serve dire ti voglio bene. Serve di vivere volendo bene.
Non serve amare. Serve di vivere amando.
Ora so che serve di vivere. Vivere una vita vera.

mercoledì 21 settembre 2011

Confessioni di un'anima centenaria

Ci fu un tempo in cui non sapevo di avere ancora tutto e sorridevo perché sapevo sorridere.
E amavo ogni cosa senza saper amare.

Poi, conobbi l'umanità. Conobbi il peggio del mio essere di carne.
E in nome dell'amore vidi consumarsi i più atroci delitti.
Terribili, indicibili, mostruosi, quelli contro l'umanità.
Brutti quelli contro di me. Su di me, addosso a me, dentro me.
Nel tempo.

Prima qualcuno rubò la mia innocenza e imparai a dire bugie.
Poi un altro mi strappò via il sorriso: la prima volta fu per poco ma scoprii le lacrime e sentii che avevano il sapore del sale.
Ci fu anche chi si prese la mia fiducia e la tradì: mi accorsi di quanto rumore fa il dolore sordo.
Mi innamoravo ancora di tutto e puntualmente venivo delusa: imparai così a "diventare grande" e vidi che era molto faticoso. Rischiai di morire per la fatica.
Ma non mi scoraggiai.

Poi ci fu chi si cibò della mia verginità, chi banchettò con brandelli della mia anima, chi approfittò di me e della mia bontà. Ci fu chi abusò del mio bisogno di affetto. Ci fu chi tentò di strappare e infangare i miei ricordi più belli promettendo un "per sempre" che non è facoltà di nessuno poter promettere. Ci fu chi comprò con astute bugie le mia anima sempre più timorosa. Ci fu chi mi deturpò il ventre e chi mi graffiò il cuore. Ci fu chi mi mancò di rispetto e chi mi ebbe sempre ma non mi guardò mai. Ci fu chi mi ferì a morte con le parole e chi mi uccise di indifferenza. Rischiai di morire per il freddo.
Ma non mi detti per vinta.

Mi sentii vuota, inutile, stolta. Usurpata. Derubata. Incapace, talvolta.
Conobbi la paura, la solitudine, il silenzio che non ti è amico, l'abbandono.
Conobbi i sentimenti di rabbia, di insicurezza. Conobbi la povertà. Rischiai di diventare cattiva. Di vivere esaltando i miei difetti. I peggiori dei miei vizi. Rischiai di morire per il bisogno.
Ma non mi rassegnai.

Fui sempre salva: lontana dall'odio, lontana dal rancore.
Nessuno infatti era riuscito a spegnere quella piccola luce che rischiarava la mia strada.
Quella che ogni volta mi riportava a quando senza saperlo avevo ancora tutto e amavo ogni cosa senza saper amare.
E allora anche senza carne, con il cuore a brandelli, con le cicatrici e le ferite sanguinanti mi rialzavo e mi rimettevo in viaggio.
Dimenticavo il male per un po' e piano piano mi tornava fame. Una fame buona, quella che mi faceva venire la voglia di innamorarmi di tutto a rischio di farmi ancora male.

Sapevo di non essere più innocente, sapevo di non essere più pura, sapevo che non tutto era meraviglioso e pulito, ma ero un'anima luminosa e forte e bellissima ancora capace di amare.
Amare soprattutto la vita.
Ed è per questo amore che dopo cento anni sono ancora qui.
E ancora so vedere la bellezza e l'armonia.
Ed è per questo amore che dopo cento anni sono qui e provo ad imparare.
A vivere soprattutto.
A vivere, nonostante tutto.
Perché di fare questo eterno viaggio, ne vale sempre la pena.