Visualizzazione post con etichetta Racconti d'amore con musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti d'amore con musica. Mostra tutti i post

lunedì 31 marzo 2014

Quando l'amore è nella luce del tramonto (La vie en rose - Edith Piaf)

Lei aspettava con ansia che l'ora legale allungasse le giornate.
Perché le ricordavano una spiaggia speciale, dove il sole aspettava sempre un po' di più a tramontare. Sì, aspettava.
Aspettava esattamente il momento in cui l'aereo, dopo aver sfiorato il mare, atterrava.
Lei scendeva a terra, recuperava il suo piccolo bagaglio, arrivava alla macchina, annusava una rosa rossa e profumata che la aspettava puntuale sul cruscotto. 
A quel punto sorrideva e girava lo sguardo verso il mare. 
Qualsiasi ora fosse, il cielo era colorato di rosa. Per pochi meravigliosi attimi, poi avrebbe ceduto il passo al blu intenso della notte.
Allora la macchina partiva verso la città e la musica faceva strada a una breve ma non piccola felicità.

Una breve ma affatto piccola felicità.








mercoledì 25 settembre 2013

Quando l'amore non è un elettrodomestico (Insieme a te non ci sto più - Caterina Caselli)

Lui l'aveva lasciata "in attesa". 

Come al telefono quando ti mettono in attesa. 
No anzi, come quando interrompi l'ascolto di un disco e premi il tasto pause.
O forse era anche peggio, era come quando con il telecomando spegni la televisione ma lasci la lucina rossa accesa.

Lui l'aveva lasciata "in attesa". Tutto era aperto e niente era chiuso, tutto era possibile ma niente accadeva. C'erano domande ma mancava sempre il tempo per le risposte.

Un bel giorno passo un altro. 

Prima prese in mano il telefono e riavviò la conversazione, poi decise che forse era meglio con la musica e passo le sue dita sul pulsante play, infine prese il telecomando e illuminò la televisione per vedere se c'era un film e come fosse la trama.

E quel bel giorno, quell'altro accese anche Lei.
E Lei si accorse di quanto tempo aveva buttato invano.
E soprattutto decise che non era l'elettrodomestico di nessuno.









giovedì 5 settembre 2013

Quando l'amore è un ballo impossibile (Un vecchio errore - Paolo Conte)

Si guardava allo specchio.
Era abbastanza brutta e decisamente provata. Era anche arrabbiata con sé stessa.
Dopo tanto autocontrollo e tanta riflessione, alla fine era punto e a capo.

Tutto da rifare ma, per fortuna, con delle aggravanti.
La regola era la stessa dei videogiochi: quando passi a un livello superiore ogni volta deve essere più difficile, ogni volta più complicato.

Impossibile farsi domande, chiedersi quando, come, dove, perché.
Impossibile fare programmi.
Impossibile decidere un niente qualsiasi.

A Lei non era mai capitato un ballo da debuttante, quelli con l'abito da principessa, il bouquet di fiori e il cavaliere bello e sorridente.
Quando veniva invitata a ballare all'inizio sembrava tutto meraviglioso ma in genere si ritrovava nelle balere di ultima categoria, quelle con le orchestrine che non vanno a tempo, con le piste sconnesse e dove si inciampa e ti pestano i piedi.
Ed infatti era stato un continuo inciampare.
Per questo aveva smesso di ballare.

Ma ci sono certe passioni che si trasformano in sogni.
O forse questo era un sogno, diventato nel tempo una vera passione.
Si, perché l'invito ricevuto era fresco come quello del ballo delle debuttanti con il ballerino giusto, che aspetta con i fiori e che sembra essere uno che sa proprio dove andare.
Alla fine si erano trovati lì, pronti, preparati, con le scarpe giuste.
La festa era appena iniziata tra mille batticuori quando, dopo un giro di valzer, vennero a sgombrare la sala.
Inattesa dall'alto giunse una notizia che aveva dell'assurdo.
Con un decreto legge avevano chiuso le sale da ballo e abolito la musica.

Così erano tornati a casa. Ciascuno la sua.
Non potevano fare altro se non aspettare tempi migliori.

E ora Lei si guardava allo specchio.
Era abbastanza brutta e decisamente provata.

Impossibile farsi domande, chiedersi quando, come, dove, perché.
Impossibile fare programmi.
Impossibile decidere un niente qualsiasi.

Solo aspettare. Senza pensare, aspettare.




giovedì 22 agosto 2013

Quando l'amore è un numero da cancellare (Por una cabeza - Carlos Gardel)

Lei se ne stava lì pallida e incredula.
Era elegantissima, sorrideva, stringeva mani, diceva cose gentili e di circostanza mentre passavano calici di champagne.
Era successo tutto così in fretta da non poterci credere.

A quel tavolo quella sera, sedevano ricchi signori in giacca e cravatta, degnamente decorati da ricche signore in abiti chic, griffate in ogni dettaglio, gioielli compresi.
Ad un certo punto la luce del cellulare illuminò la sottile seta della sua borsetta.
Con molta discrezione Lei guardò di chi fosse il messaggio.
No. Non era di Lui.
Eppure Lei le scriveva spesso. Ma da un po' non riceveva risposte.
Era quasi rassegnata e nel riporre il telefono si lasciò scappare un sospiro.

Nonostante le risa, le chiacchiere e lo champagne, la vicina di posto non perse tempo per sottolineare che aveva notato la sua finta serenità.
"Qualche noia cara?".
"No, no. Tutto perfetto, grazie." con un sorriso anche Lei prese un calice e iniziò a sorseggiare in attesa del cibo. Poi arrivarono quelle 10 inutili portate di quella inutile cena che non finiva più e poi iniziò quell'inutile dopocena che non finiva più.. 

I maschi giacca, cravatta, sigaro e liquore continuavano a parlare di tutto, concentrati su come poter salvare l'umanità passando dalla finanza, all'alta gastronomia, all'ecologia. Ma un vero manager deve essere onnisciente.
Le femmine si dedicavano al gossip, ma non quello da parrucchiera o peggio da novella 3000.
Noooo. Il loro era gossip chic, quello che fa intuire le peggio cose senza dirle. Quello che sa tutto di tutti i pezzi grossi e che potrebbe essere usato come arma letale. Roba da far tremare i polsi.
Lei, che con quel circo aveva davvero poco a che fare, se ne stava soprattutto ad ascoltare.
Pallida, incredula e anche stanca.

Le 2 erano passate, ma si continuava ad ordinare prosecco, rum, whisky e via andare.
L'entità e l'importanza dei discorsi aumentava col salire del tasso alcolico. Ma la cosa sconvolgente è che dopo litri di alcool nessuno perdeva il suo aplomb.
Che vita dura quella del manager!

In tutto questo Lei si chiedeva: io qui che cosa ci faccio?
Il telefono illuminò di nuovo la sua borsetta.

"È Lui", pensò.
Invece no. Una mail che offriva uno sconto super per un viaggio da comprare al volo.

Non era Lui.
Lui non c'era.
Lui non ci sarebbe più stato.
Lui se l'era portato via un frontale ed era inutile continuare ad inviargli messaggi e aspettare risposte.

Ora ricordava chiaramente.
Ebbe freddo in quella notte a 35 gradi.
Fu in quella situazione surreale che Lei decise di fare quello che non era riuscita a fare in tanti mesi.
Prese il cellulare e, fregandosene della forma, cercò il nome di Lui nella rubrica e lo cancellò.

Poi si alzò, chiese scusa e disse che aveva ricevuto un messaggio per cui - mortificata - doveva necessariamente lasciare la bella compagnia.
Non avendo voglia di stringer mani alzò il calice e fece un brindisi alla piacevole serata. I maschi si alzarono in piedi, le donne rimasero sedute. Sorrisi e convenevoli, poi si allontanò nella notte.

Scoprì che erano le quattro perché sentì i rintocchi della campana.
Fu allora che si accorse di aver camminato tanto e di avere male ai piedi.
Ma i piedi erano finalmente tornati a calpestare la terra.
Fu allora che si accorse di aver pianto tanto e di avere ancora occhi capaci di vedere, ma di non averli voluti usare e di aver continuato a ballare cieca cercando di indovinare i passi.
Quei passi che nella vita, così come nel tango argentino, si possono solo improvvisare.
E qualche volta tocca di ballare anche con la sola idea di qualcuno che non c'è più.



venerdì 8 febbraio 2013

Quando l'amore è cera arancione (Flowers Blossom - Thony)

Aveva appena acceso una candela speciale che anni prima le aveva regalato Lui.
Una piccola candela color arancio, lavorata in maniera particolare con foglie mescolate alla cera. Una candela che Lei aveva conservato insieme a tutte quelle che Lui puntualmente era solito regalarle.

Quella sera Lei aveva mal di testa e di malinconia.
Non voleva consumare quei piccoli doni ma ogni tanto ne sentiva la necessità. 
E quella sera era proprio necessario accendere uno di quegli stoppini.

Guardò la fiamma ferma e sicura scavare il piccolo abisso dentro la cera e sentì l'abisso di quel fuoco scavarle dentro,  fin dentro le viscere.
Poi guardò quel piccolo mare caldo e arancione allargarsi un varco e traboccare fino a riempire la base e le vennero alla mente lacrime bollenti versate con Lui, per Lui, insieme a Lui.

Lacrime perché lontani, lacrime perché mai abbastanza insieme, lacrime peché felici solo tra un'attesa e l'altra. Eppure totali. Erano stati totali nel loro esserci. 
Ecco, forse era stato amore. Sì, doveva essere così.

Lei non sapeva se mai avesse amato davvero. 
Aveva sempre confuso passione con amore. 
Aveva sempre fatto una gran confusione con tutto. Anche con Lui. Soprattutto con Lui.

Ma in quel piccolo lago di cera arancione rivide gli occhi di quell'uomo che le avevano implorato amore e che sembravano sempre sapere di cosa stavano parlando. 
In quell'amore si riconobbe.

Un attimo, un pugno allo stomaco, voleva dirgli che sì, adesso lo sapeva di averlo amato. Era tardi, ma era certa di averlo amato. 
E di più lo aveva amato quando aveva capito che era un amore impossibile il loro. Non sapeva come spiegarlo ma... Si, con tutto il cuore voleva dirglielo.

In quel momento la fiamma si spense e non le dette il tempo di dire niente. 
Neppure stavolta ci fu il tempo.

E le parole rimasero mescolate, fuse, impigliate in quella cera.




so follow my light my dear


venerdì 1 febbraio 2013

Quando l'amore è questione di cielo (Piccola stella senza cielo - Luciano Ligabue)

C'era tantissima nebbia quel febbraio a Venezia. Era la settimana prima del carnevale, l'ultima settimana "di quiete" per quella città.
Lei aveva deciso di regalargli quel piccolo viaggio per festeggiare il suo compleanno.
Arrivarono di notte e non riuscivano a vedere null'altro che qualche luce sul Canal Grande. Fu difficile anche trovare il traghetto che doveva portarli in hotel.

Lui non era mai stato Venezia e non riusciva ad immaginare come poteva essere una città con strade fatte d'acqua. Non ne immaginava l'odore, l'atmosfera.
Figurarsi se poteva immaginare che la camera dove avrebbero dormito era proprio accanto al campanile di piazza San Marco, in un luogo tanto speciale impossibile da descrivere.
Se ne sarebbe accorto il giorno dopo scoprendo che quell'hotel serviva la colazione in camera perché non aveva una sala apposita in quanto ricavato in uno di quei meravigliosi edifici veneziani la cui architettura é unica.
Quella notte fu piena di fuoco per Lui che si sentiva "una piccola stella senza cielo" . Quella notte fu piena di emozioni per Lei che invece era "una piccola stella senza cielo"
Ma il cielo quella notte non c'era. C'era la nebbia. E tutto era più vicino. Anche le anime.

La mattina successiva uscirono per vedere quello che non si riusciva a vedere.
Lui tuttavia era eccitato come un bambino. Esser lì era davvero strano. E poi con quella nebbia. Era facile anche perdersi tra le calli e giocare a mescolarsi pericolosamente sotto i cappotti. Sicuri di non esser osservati.
Dopo essersi persi a caso tra ponti e piazze, dopo essersi presi e ripresi, Lui chiese cosa Lei non avesse mai visto o fatto a Venezia.

"Non sono mai stata in gondola"

Pochi minuti dopo Lui aveva già trattato con un gondoliere che li invitava a salire a bordo. Veneziano da generazioni, anche lui era imbarazzato e turbato da quella nebbia, non si ricordava uno spettacolo così. Quel giorno tra l'altro aveva poche richieste... Con quel tempo era difficile lavorare.
Fu per questo che scelse un percorso più lento e particolare.
Per Lei, che Venezia l'aveva vissuta e abitata, quella gita in gondola fu un regalo inatteso.
Un libro di poesia imparato subito a memoria. 
Intravedeva scorci familiari avvolti da quella luce surreale e tutto le sembrava più intimo, poetico, pieno di significati. Una magia nella magia.

Venezia invita ad estraniarsi dalla realtà, specie se poco affollata e in una stagione che ancora non attrae folle di turisti.  E loro si "estraniarono" in un loro universo. Passeggiano, fecero l'amore, visitarono musei, mostre, bacari e chiese.
Attraversarono la laguna fino a Torcello.

Sembrava che la nebbia proteggesse la loro intimità.

Poi nel giorno che dovevano rientrare apparve il sole.
Venezia sorrise sfacciata e sorniona come solo una gran dama può permettersi di fare.
Ci fu appena il tempo di vedere da piazza San Marco quello che la nebbia aveva celato fino ad allora e fu una scoperta per Lui mozzafiato, per Lei densa di meravigliosa malinconia.
Ancora qualche scorcio rubato dal traghetto e fu tempo di partire.

Al momento di salire sul treno diverse eran le loro facce e diverse le loro emozioni. Nel salutare quella città Lui la guardava con gli occhi di chi ancora ha tutto da esplorare, Lei invece aveva lo sguardo di chi per l'ennesima volta - a fatica - si distacca da un luogo dell'anima.
Erano stati bei giorni, giorni pieni di passione e vita che avrebbero ricordato nel tempo.
Ma ciascuno per conto suo: il loro tempo insieme, poco dopo finì.

E chissà se fu colpa di quel sole che all'improvviso aveva diradato la nebbia a Venezia e reso terso il freddo cielo di febbraio e limpidi i loro occhi. 
Un sole bello e spietato che aveva asciugato ossa, intimità, anima.








venerdì 28 dicembre 2012

Quando l'amore è il potere di una sola parola giusta (Parole, parole, parole - Mina e Alberto Lupo)

Lui era un vero re. Il mondo girava attorno a Lui.
La sua bacchetta magica erano le parole.
Era un affabulatore. Se la giocava a parole con tutti.
Anche con Lei.
Anzi. Soprattutto con Lei.
Perché sapeva come farla sentire speciale.
E Lei si sentiva così speciale che era felice. Felice di tutto. Anche del nulla.
Avrebbe voluto un impegno, lo ebbe a parole.
Avrebbe voluto un progetto, lo ebbe a parole.
Avrebbe voluto un figlio. Non lo ebbe neppure a parole.
E con ogni Lei era stato così.

Poi a Lui accadde un'evento inatteso: per la prima volta nella sua vita si innamorò.
Si innamorò di una nuova Lei, venne sopraffatto dalle sue parole.
Perse la sua bacchetta magica, già, perché questa Lei con le parole era un portento.
Se la giocava a parole con tutti.
Anzi. Soprattutto con Lui.
Perché sapeva come farlo sentire speciale.
E Lui si sentiva così speciale che era felice. Felice di tutto. Anche del nulla.
Avrebbe voluto un impegno, lo ebbe a parole.
Avrebbe voluto un progetto, lo ebbe a parole.
Avrebbe voluto un figlio. Non lo ebbe neppure a parole.

Poi un giorno Lui si svegliò ed era solo.
Non aveva più Lei, non aveva più le parole di Lei, non aveva neppure le sue di parole.
Era confuso, non le ricordava.
No, forse le aveva perdute. O qualcuno gliele aveva rubate.
Non sapeva che dire, che dirsi.
Si sentì abbandonato, solo, violentato.
Soffriva tantissimo, era deluso soprattutto perché Lei gli aveva regalato solo parole vuote, giocando con i suoi sentimenti sinceri.

Come si poteva chiamare questo freddo che sentiva adesso? Bastava una sola parola giusta.
Ma non la sapeva. Tutte le volte che aveva fatto provare agli altri la stessa cosa non si era preoccupato di dargli un nome. E ora aveva un gran bisogno di dire quello che provava. Ma non riusciva: non sapeva quali parole poter usare.
Era nudo, piccolo. Ma non lo sapeva dire.
Stava male. Ma non lo sapeva dire.

A) FINALE NATALIZIO MIRACOLOSO:
Prese il telefono, chiamò le Lei con cui era stato così.
Non dette tempo ai convenevoli, alle risposte, a niente.
"Ciao, sono io. Adesso ho capito. Scusa. Non ho altro da dire. Perdonami, se puoi".

B) FINALE BANALE COM'È BANALE QUESTO RACCONTO
Uscì con gli amici, fece finta di stare bene.
Bevve un po', dormì un paio di giorni. Poi tornò quello di prima.




martedì 25 dicembre 2012

Quando l'amore è ricordare ogni Natale (Have yourself a merry little Christmas - Ella Fitzgerald)


Dei suoi Natali da bambina Lei ricordava le lucine dell'albero di Natale, certi cibi particolari, le carezze dei più anziani di casa.
Poi, anche per Lei, iniziarono i Natali da donna.
Il primo fu un Natale col batticuore, pieno di speranze. O meglio: un pre-Natale, perché era ancora il 20 dicembre quando Lei salutò Lui che doveva partire per tornare a casa dai suoi col cuore in tumulto. A Gennaio quella storia era già un'altra storia. Ma quando ancora non si hanno 20 anni sopra la testa il cielo ha i colori variabili della primavera, anche in inverno.
Ci furono poi tanti Natali divisi a metà con le famiglie d'origine di Lei e quelle di Lui residenti in città diverse. Ma il "Natale con i tuoi" era un dovere e gli innamorati si dovevano separare. Un prezzo pagato in bigliettini pieni di promesse d'amore eterno, pesanti gettoni telefonici e struggenti malinconie. 
Ci furono poi i Natali dei presepi. Quelli in cui Lei pensava di costruirsi una capanna proprio come quella che ospitava l'asino e il bue. Pensava di non esser sola, e invece lo era.
Ci furono poi i Natali che ebbero senso solo perché Babbo Natale esaudiva le letterine scritte da una manina paffuta, tenera, profumata. Quelli delle recite scolastiche e dei sogni nel cassetto.
Ci fu poi un Natale passato a arredare a sorpresa una casa dove sembrava di esser tornati a volare. Ma il volo si interruppe presto.
Ci fu un Natale nel quale un Lui innamorato e bellissimo fece di tutto per far sentire quella Lei una principessa. Anche quello fu un sogno che durò poco. Lei frantumò tutto quello che c'era da frantumare e restò sola per un po'. Anche per il Natale che sarebbe venuto dopo.
E siccome la solitudine chiama la solitudine, ci fu poi più di un Natale fatto di pericolosi incontri con il nulla. Per caso, per strada, in macchina, in hotel. Un corpo a perdere, calci ai sentimenti sinceri e tanti cari auguri.
Poi ci fu un Natale che fu il peggiore della sua vita. 

Fu un bel giorno: Lei ebbe la certezza che da lì in poi non avrebbe potuto che migliorare.


venerdì 25 maggio 2012

Quando l'amore e' una carezza flebile (le cuffie di un I-pod recuperate dopo un frontale)

Mentre beveva un po' di acqua, realizzava che era successo proprio a Lei.
Quel giorno era tutta intenta a sbrigar lavoro per poi correre a prepararsi per una festa. La mente quasi in "vacanza" e il sole finalmente deciso.
Quella telefonata non se la poteva immaginare.

Ma nessuno si immagina una telefonata come quella.
Soprattutto quando una storia e' finita da tempo e non si sa bene come stanno le cose tra i due.
Ma un'amica di Lei, che per puro caso giorni prima aveva incontrato Lui rievocando i vecchi tempi, aveva deciso di avvertirla, per scrupolo. Con garbo.
E adesso che Lei riattaccava il telefono, nella sua testa si spegneva la luce.
A chi poteva chiedere?
Lui in città aveva solo due amici. I suoi vivevano lontanissimi, erano anziani e chissà se sapevano.
E in quel momento buio totale, non le venivano in mente manco i nome di quei due.

Poi, con molta fatica, e in modo rocambolesco, era riuscita a sapere che si', si trattava proprio di Lui. E che, come quella mattina era scritto ampiamente nei giornali locali, dopo quel tremendo frontale i soccorsi avevano impiegato due ore a estrarre il ferito dalle lamiere.
Poi il traffico era tornato regolare.
Ok. Adesso doveva tornare regolare il battito del cuore di Lei e di conseguenza lo scorrere del sangue.

Appena radunate le idee era salita in macchina ed era arrivata in ospedale.
In quei minuti di viaggio aveva pensato a loro due, ai loro anni di silenzio, ai rancori, alle scuse, alle lacrime versate, alle bugie, ai dispetti, alle richieste di perdono e al gran bene che alla fine vince sempre.
Pochi giorni prima si erano promessi anche una cena.
Avevano scherzato su bicchieri da rompere e altre amenità da dirsi.

Varcando la porta di quella piccola stanza bianca dove Lui ormai si trovava da 24 ore si senti' stringere il cuore. Corpo coperto da una specie di camice verde, pieno di tubi. Aveva già subito il primo intervento e aveva la mandibola bloccata da una maschera. Una gamba immobilizzata. Il torace pure. Respirava male.
Lo guardo', era ancora sporco di terra e sangue. Non potevano muoverlo per lavarlo. E avrebbero dovuto operarlo ancora nei giorni a venire.
Erano li' anche i due amici, impotenti. Nessuno sapeva con esattezza come fosse il quadro clinico. Nessuno era pratico sul da farsi. Il piu' informato era il vicino di letto.

Lei dovette trovare altro coraggio, non avendone più da un pezzo, ormai.
Respinte le lacrime in fondo allo stomaco, aveva sfoderato un sorriso.
Lui reduce dal primo intervento, tumefatto, sedato, aveva socchiuso gli occhi e aveva provato a fare lo stesso.

"Ma che combini?" disse Lei
"Grazie, sei qui" tento' di dire Lui e mentre provava a parlare scendevano lacrime.
"Non dire niente" disse Lei e poco dopo con un rotolo di carta portato dagli amici e dell'acqua, provava a pulire la sua pelle, dove possibile.
Poi telefono' ai genitori di Lui. E fu di nuovo frugare nelle pieghe del cuore per cercare lucidità e parole.

Poco dopo gli amici andarono, dicendo di aver messo gli effetti personali di Lui nel cassetto del piccolo comodino accanto al letto: il borsello, il telefono frantumato, il bracciale che Lei gli aveva regalato anni prima da cui Lui non si era mai separato, le cuffie di un I-pod che pero' non c'era. Quasi a sottolineare il silenzio che può seguire il boato di un frontale.

"C'e' il bracciale tuo?" chiese Lui che non mollava la mano di Lei e la carezzava in un modo affettuoso e familiare.
"Si, quello resiste a tutto, vedi?" rispose Lei.
"Resta un po' se puoi" provo' a dire parlando male, respirando male, "sai, non ricordo niente, so solo che sei qui e scusa se chiudo gli occhi. Ma se puoi resta ancora un po', anche se dormo. E nutrimi delle tue parole".

Non Le aveva mai chiesto una cosa del genere. Sembrava ci si mettessi di impegno per farla piangere. Ma Lei era determinata a resistere.
Gli chiese solo di non pensare a niente e gli disse che avrebbe aspettato che arrivasse il sonno profondo.

Fu allora che ragazzo del letto accanto le disse sorridendo: "mi sa che non ti farà andare via. Allunga la mano libera e mangiati un biscotto!"

Ma Lei aveva lo stomaco chiuso.
Certo, Lui l'aveva fatta soffrire. Ma mai come questa volta.

Poi le venne in mente una loro foto in controluce. Erano abbracciati. Due ombre abbracciate.

Tante volte si erano abbracciati con forza, tante volte quelle braccia l'avevano sollevata da terra, tante volte si erano addormentati abbracciati.
E adesso, tutta la forza che Lui aveva era di tenere la mano di Lei come una preghiera biascicata, in una carezza flebile, piena di paura e disperata nella sua solitudine, aspettando che la morfina potesse fare la sua parte.

E mentre Lui si stava addormentando senza manco rendersene conto Lei si ritrovo' gli occhi pieni d'acqua.

Sarebbe passata anche quella nottata. Oh, certo che sarebbe passata!

giovedì 19 aprile 2012

Quando l'amore e' parole buttate (Parigi (O Cara) - Roberto Vecchioni)

Lei aveva giurato a se stessa che per Lui non avrebbe scritto più una sola parola.
No, non per Lui.
Troppe ne aveva usate e alcune, le ultime, erano state feroci e se ne era vergognata.
Ecco perché non ne voleva usare più. Non era da Lei esser feroce in maniera convinta.
Lei non era affatto feroce. Neppure quando si arrabbiava. Quella volta però si era passato il segno.
E il bello era che Lui non aveva capito neppure perché. E allora le parole a cosa servivano?

Prima di allora c'erano stati fiumi di parole che Lei aveva cercato ovunque, inventato talvolta e scritto per Lui. Anche con la stilografica. Di tanti colori diversi.
Alcune erano normali, banali, altre infinitamente ricercate, altre ancora facili. Spesso scontate, altre volte stanche e vuote. E talvolta nervose, stizzite. Fantasiose e appassionate.
Ma mai (almeno così pensava) inutili.
Dovevano servire quelle parole a costruire un mondo. Un mondo che per Lei non esisteva da nessun'altra parte e che Lei chiamava famiglia. Un mondo dove Lei potesse essere proprio come era.

Poi all'improvviso si era accorta che quelle parole non erano mai state prese sul serio. Non erano servite a parlare di Lei, non erano servite a niente.

Lei era lì, e questa era la definizione che più la rappresentava.

Era una fra mille, niente di unico. E le parole speciali che Lei aveva cercato ovunque per farsi capire da Lui, erano d'improvviso o forse da sempre cadute nel vuoto.

Era come se d'improvviso avesse capito che il suo dire, la sua fatica di dire, fosse stata percepita come il rumore di una frequenza troppo bassa di una radio sempre accesa. Fastidioso sempre, accettabile nei momenti in cui ci si sente soli.
Una roba tipo: "Tutto bello, bellissimo... beh? Quando passiamo al sesso?"

Lo aveva capito un bel giorno di sole mentre era al telefono.
Erano bastate tre frasi. Dette da Lui con assoluta innocenza e altrettanto assoluto candore.
Ma lì Lei lo aveva capito.
Aveva capito che Lui non poteva o non voleva capire: Lui aveva una famiglia vera, bella, solida.
Lui cercava Lui. Si era perduto chissà quando in una matassa intricata e tutta sua. Lui era Lui e non ce ne poteva esser per nessuno.
Lei era lì per puro caso e non c'entrava niente con i suoi geni, con i suoi spazi, con i suoi cazzi.

E mille volte, in mille occasioni, in mille modi diversi questo era stato ribadito. Magari in modo indiretto ma inequivocabile. Off limits!

E allora vaffainculo e basta parole.
Ora Lei non aveva niente da dire e niente tra le mani.
Da un angolo del suo cuore guardava la vita scorrere come in un film. Di nuovo da sola.
E di perder tempo a cercar parole non ne voleva più sapere.

Ma il telefono squilla quando meno te l'aspetti.
O meglio, il telefono squilla di continuo, ma quelle son telefonate di routine.
E in un complicato giorno di nuvole e sole squillò anche il telefono di Lei. Ma non fu uno squillo di routine, squillò quando meno se l'aspettava.
Seguirono poche parole. Le parvero a tratti piene, seppure impacciate. A tratti vere. A tratti alla ricerca di qualcosa.

Ci pensò e poi ci pensò ancora un po'. Infranse il suo giuramento e qualche ora dopo tornò a scrivere a Lui. Poche parole via telefono. Appena un sms.
Non seguì risposta. Altre priorità, niente da dire, qualcosa di meglio da fare: non importa.

E furono parole di nuovo buttate via. E di nuovo si sentì buttata via Lei.

Tra le mani una canzone perfetta che recitava tra l'altro: "E se muoio anche io non avrò più nessuno".
Già. Era orfana, senza fratelli, sorelle, zii e cugini o simili. Nessun parente, un pezzo di carne appena.
Ma era ancora viva. Aveva Lei.
E allora a chi altri parlare? Meglio il silenzio e vaffanculo!


giovedì 5 aprile 2012

Quando l'amore e' amare tutto (Dopo che - Massimo Volume)

Lei se ne stava seduta davanti a un calice di vino.
Tavolo per due. Come tante altre volte.
La cameriera gentile, attese che Lei si sedesse poi tolse un coperto e le sorrise.
Dopo tanti tavoli per "due", e dopo tanti altri due, ora la sedia davanti a Lei era vuota.
Era una.

Era stanca. Aveva camminato per un bel po' e incontrato persone e parlato e progettato. Poi era finita la giornata di lavoro e aveva ancora camminato per un bel po', senza una meta.

In quell'andare aveva ritrovato volti amati e vissuti amati.
Li aveva ritrovati in pietre, strade, vicoli, scorci.
Tutte persone, e fatti, e momenti di un passato che poi era la sua vita.
Tutta la sua vita.
Una vita che avrebbe voluto cambiare ogni giorno, ma che minuto dopo minuto la costringeva inesorabilmente a restare nelle gabbie che si era costruita più o meno consapevolmente.

Ma Lei ci sperava ancora.
Sperava di trovare il modo e anche un aiuto per aprire quella gabbia.
Girando il bicchiere tra le mani, penso' a quante volte aveva amato e a quanto ancora stava amando.
Non solo tutti quelli che nel tempo si erano seduti nella sedia che adesso davanti a Lei era vuota, no.
Aveva amato la vita soprattutto.

Una vita che vista da fuori sembrava interessante e di fatto lo era, ma che le aveva donato un po' di tutto tranne la dolcezza, la comprensione.
Si chiese il perché di tutti quei taccuini scritti a mano.
Si chiese il perché di tutte quelle lettere scritte col cuore e mai con la testa.
Si chiese il perché di tutte quelle parole regalate a chi non sapeva che farsene e restituiva silenzi.

Si chiese perché continuasse a sognare.
Bevve quel vino giusto per provare un sapore che non fosse quello del disgusto.
Non amava il vino, ma continuando a pensare che fosse meglio continuare ad amare tutto, se lo fece piacere.



lunedì 23 gennaio 2012

Quando l'amore è un gioco rotto (Lunedì - Virginiana Miller)

Lui si presentava come un tipo molto sicuro di sé. 
Aveva la faccia di dire quello che pensava e pazienza se faceva male (ma poi male a chi?). 
Comunque Lui se c'era da dire, poche storie: diceva. 
E pazienza se faceva male: era una ruota...prima poi faceva male a tutti. Lui stesso, pensa un po', era stato male. O almeno così diceva.
Lo diceva sempre con estrema e durissima sicurezza. Era bene esser precisi e ristabilire ruoli e paletti.
Sicuro che poi, quella roba lì importasse davvero, anche a chi lo stava a sentire.

E sempre con estrema sicurezza Lui pensava "non ci perderemo mai". Era proprio convinto di avere un potere assoluto su di Lei. Un potere costruito su un gioco fatto di "ora ci sono e ora non ci sono più" che lo aveva reso inafferrabile, irraggiungibile, mitologico. Che poi al momento opportuno sapeva esserci, eccome!
O almeno Lui di questo era sicurissimo.

Lei invece gli aveva detto che non lo percepiva proprio così e che non ci credeva del tutto a tutto quello che Lui le diceva...
"Beh, Lei ogni tanto fa la scorbutica, fa l'offesa ma gioca... ovviamente. So che basta una carezza per tenerla buona". Così si rasserenava. A dire il vero, ogni tanto nella sua testa "balenava" il dubbio, ma Lui non cedeva e sospirava compiaciuto. Poi guardava il cellulare dove stranamente non arrivavano "lampi" di Lei come accadeva un tempo.
"Ma sì, fa la sostenuta, è una tattica. Ha sempre usato le sue tattiche la signorina... Ma dove vuoi che vada. E' così innamorata..." e tra lampi e balene sorrideva soddisfatto guardando una foto di qualche anno prima dove Lei era bellissima.

E Lei era ancora bellissima. Era molto insicura e bellissima. Molto incostante e bellissima. Molto malinconica e bellissima. Era bellissima nonostante fosse ormai logorata da tutto quel tira e molla. Ed era bellissima anche se era stanca di essere bellissima e basta.
Lei adesso vedeva con chiarezza che tra loro era sempre stato così: intensità, passione e poi lacrime. Un via vai che Lei accettava perché era certa che prima o poi si dovesser risolvere in qualcosa di un po' più concreto che non un gioco al massacro dove Lei era perdente, sempre, perché sempre in buona fede.

E la buona fede di Lei si basava sul fatto che lo vedeva confuso, contraddittorio, spaventato. Spaventato dal tempo che passava talvolta invano. Occasioni perdute. Tante, troppe.
E ormai mal tollerava quella sua esasperata sicurezza per mascherare altrettanta solitudine. Una solitudine che Lui aveva fatto bandiera di libertà, ma che poi gli era pesante da sopportare. 
Pesante soprattutto adesso, nella stagione dove il solleone lascia il cielo alle prime luci di un settembre in cui necessariamente bisogna far scorta di provviste per i primi freddi. 
Ma Lui non ci pensava ai primi freddi, convinto com'era che la sua adolescenza non fosse ancora finita. 
Già. Lui ancora aspettava che finisse la primavera per sentir cantare le cicale, aspettava di diventare bello: un bel giovanotto non più goffo e finalmente senza brufoli, sicuro di sé, maschio, molto maschio perché capace di grande tenerezza.
Si guardava allo specchio passava la mano tra i capelli ma non ne vedeva il grigio. Era ancora quel ragazzone timido e impacciato, di certo non bello, che era diventato bravissimo a tenersi le ragazze perché capace di "conquistarle" sul piano psicologico. 
E le voleva tutte, voleva piacere, voleva sedurre. E seduceva anche là dove non era necessario, dove la preda non era di suo interesse. Chissenefrega se poi quella ci cadeva, ci sbatteva il muso, si innamorava.
Lui non ce la faceva a "trattenersi". La voracità del suo ego era spaventosa. Poi magari si pentiva, ma durava poco: era bravissimo Lui, con il suo flacone di lacrime di coccodrillo sempre in tasca. Così restava amico di tutte e quanti amiche aveva! Tantissimi amiche e sempre solo.
E Lei, la sua ultima conquista/vittima era senza dubbio la prova provata che funzionava così. Un giorno era la donna più speciale e unica dell'universo il giorno di poi un'amica qualunque. "Fidata - precisava Lui - molto sexy, ma qualunque".

Lei ormai aveva altri pensieri. Con Lui aveva avuto una storia divertente anche intensa e piena di compassione oltre che di passione, ma adesso non si divertiva più. 
E l'aveva capito quando Lui l'aveva chiamata per dirle: "io tra mezz'ora sono al solito posto. Fatti trovare lì, ti va?"
"Si, va bene" aveva risposto Lei. Ma poi si era chiesta: "perché deve andarmi bene? sono giorni che non ho sue notizie..."
Quelle giornate di silenzio prima l'avevano frastornata poi l'avevano illuminata. No, non era più un gioco. Ed era anche inutile aspettare che a Lui venisse voglia di smetter di giocare. Si erano attraversati in lungo e largo. Si sapevano bene e ciò nonostante ancora se la menavano. Non sapevano viversela fino in fondo. nessuna responsabilità, per carità! Così giocavano. E se doveva finire il gioco, come al solito, doveva deciderlo Lei.

Pensò che era un vero peccato risolverla così. Ma non aveva più voglia di tira e molla, di attese di inviti, di cambi di programma, di racconti di altre conquiste come se Lei non dovesse mai esser conquistata, mai esser invitata, ma essere attesa, mai esser corteggiata, manco prima di un po' di sesso.
Sì, Lei per Lui era bella. Era il massimo che sapesse dirle oltre alla lista dei difetti. Eccheduepalle!!!
Non aveva più voglia di essere solo bella. Non aveva più voglia di essere solo un gioco. Voleva essere importante davvero per qualcuno. Voleva un bene concreto da dare e da prendere.

Il volersi bene...loro di bene se ne volevano davvero. 
Si volevano molto moltissimo bene e nei rari momenti di verità lo avevano toccato con mano. Ma quel bene non riusciva a liberarsi dall'egoismo.

E adesso Lei non aveva più voglia di un bene che si pensa ma non si dimostra. Che si vive come una pena. Che diventa strumento di tortura.

E allora sentì freddo e sentì una fitta sorda allo stomaco.
Pensò anche che no, non si sarebbero perduti mai perché alla fine non si erano mai posseduti davvero: e questo sì che fu un pensiero triste, di quelli che fanno male. La fitta diventò insopportabile, le salirono le lacrime agli occhi e  allora cacciò via quel maledetto pensiero.

Lei lo possedeva, sapeva il codice genetico della sua anima e Lui la possedeva sapeva la password di ogni suo respiro. Si conoscevano, si riconoscevano, si sapevano a memoria. Si volevano bene.
Ma vivere tanta intimità negandone la bellezza in nome di una falsa "libertà" del vivere, era un delitto. Uccidere tanta appartenenza in nome dell'egoismo che salva solo il sé era inaccettabile. Essere incapaci di accettare l'amore con amore era un bestialità, negazione della vita che scorre.

E così, mentre finiva un altro week end, tra mezz'ora al solito posto non si sarebbero mai incontrati.
Lei non sarebbe andata. Già, per la prima volta non sarebbe andata. E non avrebbe manco avvisato.

Si celebrava così la festa dell'ennesima occasione perduta. E nessuno, per una volta, avrebbe potuto dire con certezza cosa, da lì in poi, sarebbe successo e come sarebbe andata a finire.

Ormai era già lunedì.
E quello sarebbe stato il primo lunedì del mondo.





giovedì 12 gennaio 2012

Quando l'amore è un "fuori orario" (La Llorona - Chavela Vargas)

Erano lì, sul piccolo divano di quella stanza piena di vita, stanchi e rapiti dalla bellezza di Chavela Vargas, una potenza nonostante i quasi 90 anni.

Erano lì perchè per un giorno intero avevano fatto l'amore e parlato, fatto l'amore e cantato, fatto l'amore e parlato, fatto l'amore e mangiato, fatto l'amore e parlato, fatto l'amore e ascoltato musica.

Dopo un giorno, ventiquattro ore, Lei doveva andare via, ma non riusciva a lasciare quella stanza, che in realtà avrebbe dovuto lasciare molto prima.

Dalle band progressive al rock, dalle canzoni popolari italiane a quelle del mondo, alla fine erano lì davanti a quel video di Chavela Vargas.
E la voce e il volto di quella donna così eterna, toglievano senso al tempo. E infatti il tempo passava che sembrava non esistere. 
Ed era bello non pensare a niente. In realtà avevano pensato molto.

Poi la canzone di Chavela era terminata. 

Lui aveva preso di nuovo la chitarra e aveva cantato ancora per Lei. Lo faceva spesso e così Lei, felice come una bimba, iniziava a cantare con Lui.
Forse meno felici i vicini... O forse felici anche loro di quella rumorosa e armonica felicità. 

Ma adesso era necessario riprendere l'orologio e rimettere i piedi a terra. 
Già, i piedi a terra: Lei sciolse le gambe che ancora erano attorno al corpo di Lui. Iniziò a immaginare che freddo potesse fare fuori di lì, con tutto quell'inverno che c'era.

E mentre si prepava ad uscire, iniziava a rendersi conto. 
Erano successe tante cose in quella manciata di ore.
Era successo che il cielo sopra la sua testa aveva cambiato colore così tante volte che in quelle 24 ore sembravano trascorsi 24 giorni, forse mesi.
Eppure Lui era arrivato nella vita di Lei da poco più di 24 minuti...

Lui era arrivato nella vita di Lei come uno qualunque, ma non era uno qualunque. Di questo Lei se n'era accorta presto, anche se non lo sapeva dire. Non lo sapeva dire neppure a Lui.

Era stato tutto speciale e tutto normale: Lui l'aveva desiderata, l'aveva avvicinata, l'aveva frequentata con entusiasmo, naturalezza e piacere. Lei si era lasciata sorprendere da quel mondo nuovo che si svelava.
Oggi per l'oggi. Senza un appuntamento per domani.

Lui che era davvero un uomo speciale, superando la sua naturale riservatezza camuffata da diffidenza, aveva dedicato del tempo a guardarla. Si era fidato e si era raccontato un po' (cosa che non amava fare) e aveva voluto ascoltarla un po'.

Così era accaduto - senza manco volerlo - che adesso si conoscevano abbastanza anche se di fatto si conoscevano davvero poco. 
Ed era accaduto che adesso Lui aveva cose da dire e le aveva dette.

Le aveva dette per caso, in quelle ore, in una chiacchierata intervallata dall'amore che era partita da altro ed era durata parecchio. E forse per questa ragione il loro incontro si era prolungato con un bel "fuori orario", così che ci fosse tempo di fare ancora l'amore, ascoltare musica, mangiare, cantare e ancora tempo per parlare.

Ne era uscito un discorso serio, nervoso, a tratti pesante. Così i colori di quella stanza cambivano a seconda di quel che succedeva.

Era come viaggiare guardando un panorama che muta e svela sorprese curva dopo curva.

Parlavano di com'erano loro. 
Lui si trovava davanti una donna tenace e caparbia, che non sentiva ragioni su certe questioni.
Lei si trovava davanti un uomo tenace e caparbio, che non sentiva ragioni su certe questioni.

C'erano momenti in cui Lui parlava con coraggio sfrontato, con una durezza che si poggiava con poco garbo sui nervi scoperti di Lei.
Per di più era un uomo che si appassionava nel sostenere le sue ragioni e guardandola dritta negli occhi, cercava di farle vedere le cose da un altro punto di vista a costo di "fare a botte" con la parte di Lei più delicata.

Davanti a tanta fermezza, Lei aveva deciso di non nascondere il suo essere più emotivo.
In quel curioso braccio di ferro a un certo punto, lo aveva lasciato dire senza contrastarlo più. E anche nei momenti in cui le parole erano suonate sgradevoli, lo aveva lasciato fare ed era rimasta ad ascoltarlo. 
Non lo faceva mai. Troppo faticoso.
Ma anche per Lui era una gran fatica vederla così nervosa.

Tutta quella fatica era giustificata dal solo fatto che si volevano bene. Un bene solido e vero, senza spiegazioni.
Entrambi avevano capito che potevano fidarsi reciprocamente e potevano osare.

E per una volta Lui aveva deciso che parlare poteva avere un senso, perché si era accorto che dentro quella stanza Lei, si lasciava andare e diventava la donna che era. 
Una donna che conoscevano in pochi.
Una donna che Lui stava scoprendo e capendo perché era stato capace, sin da subito, di toglierle vestiti e armatura.
E a Lui sembrava che quell'armatura più che proteggerla, le togliesse bellezza e libertà. 
Questo voleva spiegarle. Perché Lui l'aveva vista nuda e l'aveva vista bella e divertente, e piena di vita.

Lei, come ben sa chiunque indossi un'armatura, aveva una paura fottuta alla sola idea di metterla via. Non voleva esporsi a rischi. Ma lì, in silenzio, ascoltando il modo in cui Lui la stava descrivendo, si rendeva conto che il rischio più grande che stava correndo era quello di non lasciarsi andare alla meraviglia della vita.
E da ormai troppo tempo quell'armatura era diventata anche la sua prigione. E da lì doveva uscire.
Intanto era uscita da quella stanza.

Le ore successive sembravano scorrere in maniera più lenta. Ogni ora infatti era tornata di 60 minuti.
In quella calma si scrissero grazie per quell'incontro che era stato inedito e intenso. Bellissimo.

Certo, avevano motivi diversi per ringraziare.
Però insieme avevano fatto una bella e rara esperienza.
Avevano avuto la fortuna di scoprire e provare sulla loro pelle che voler bene talvolta è anche faticoso, ma quella fatica è parte di un viaggio irrinunciabile: quello che porta alla scoperta di ciò che si è.

Il prossimo loro incontro in quella stanza piena di vita sarebbe stato più facile. Adesso si conoscevano meglio e, per la gioia del vicinato, potevano cantare a due voci un sacco di canzoni, e poi ascoltare musica, e poi fare l'amore, e poi cantare ancora... leggeri, senza vestiti, senza armature.


Si ya te he dado la vida, Llorona 
Qué mas quieres? Quieres má¡s? 







sabato 26 novembre 2011

Quando l'amore è birra che diventa vino (Cristobal - Devendra Banhart)

Una sera dopo il lavoro si erano incontrati per caso per strada, come altre cento volte. Si salutarono un attimo. Era estate e Lui aveva in mano una birra in un bicchiere di plastica.
Lei lo guardò e gli disse: "ma che razza di schifezza bevi?".
"Questo passa il convento" aveva risposto Lui e aveva aggiunto "offri tu, vediamo cosa proponi".
"Ok, lo faremo, ma non stasera, e sarà perlomeno vino".
Infatti quella sera era già molto tardi. 
Lui era in compagnia, Lei era di corsa.

Facevano lo stesso lavoro anche se in due aziende diverse e avevano due vite molto diverse. 
Lei era molto più "vecchia" di Lui. Quasi 15 anni e per questo non frequentavano le stesse "compagnie". Tuttavia non era difficile incontrarsi per strada in quella piccola città. Ma ogni volta rimandavano l'appuntamento e così l'estate finì e la famosa birra non venne mai bevuta come del resto il vino.
Lei aveva sempre da fare. Lui pure.

Poi Lui era sparito. Era stato lontano per un bel po'. Aveva lavorato per circa 6 mesi e forse di più all'estero e quando era rientrato si ricordava ancora della bevuta in sospeso. Ma l'estate era un bel pezzo avanti e i loro "giri" erano ancora molto diversi.

Così si vedevano, e si promettevano un incontro ma era tutto un bla bla fatto di:
"Si dai, facciamo la prossima settimana";  "Ok, se non ce la faccio ti chiamo lunedì";  "No stasera ho da fare"; "No domani vedo il mio moroso"; "Ebbè tengo famiglia, stasera non ce la faccio, dopo domani?"
Erano d'accordo solo su una cosa: quell'incontro e quella chiacchierata dovevano avvenire di sera, magari sul tardi, in tutto relax.

Intanto erano trascorsi altri 3 o 4 mesi. Ormai faceva freddo. E i locali di quella piccola città non tenevano più i tavoli all'aperto.
Nel frattempo, in quei fugaci incontri per strada, Lui le aveva raccontato che aveva sviluppato un progetto e voleva un consiglio da Lei. All'ennesimo rinvio, Lui si mostrò quasi offeso.
Lei allora fece in modo di lasciarsi una sera libera.
Appuntamento a casa di Lui; niente birra, solo un po' vino. Bianco.
"Però guarda - precisò Lei - prima delle 22 non ce la faccio. Magari porto un po' di pizza".
"Di pizza non se ne parla - aveva ribattuto Lui - ti faccio mangiare io".
Lei aveva sorriso. Pur conoscendolo poco, come cuoco gli dava fiducia.

E infatti la cena era buonissima. Non solo buona, ma divertente. Interessante. Lui ragionava bene.
C'era musica dappertutto in quella piccola casa accogliente.
E poi parlare di quel progetto la rese entusiasta.
Fecero programmi.
Sfogliarono libri e fotografie, E poesie. E ricordi di conoscenti comuni.
Parlarono di viaggi e di ancora di poesia.
Le cose tristi e pesanti della loro vita rimasero fuori della porta. Risero un sacco.
Mentre passava il tempo si rendevano conto che di tempo ne avevano buttato forse troppo con tutti quei rinvii. Ma alla fine era bello anche così.

La musica ad un certo punto si introdusse tra le loro parole: "Come fai ad avere questo pezzo? E' uno dei miei preferiti" disse Lei.

Fu quello il momento perfetto perché Lui la baciasse.
E smise di baciarla solo per dirle che erano tanti mesi che aspettava di farlo.
Sparì tutto: la gente, gli amori, la luce, le risa, l'età, il vino, il lavoro, gli impegni, il rumore della strada.

In quella stanza rimasero loro due, la musica, la tenerezza e la passione, fino al mattino, quando arrivò il caffè.
Ma nessuno dei due dopo l'alba di quel giorno andò a lavorare. 
C'era da capire, ma non c'era niente da spiegare. E non c'erano neppure parole da cercare, perché era stato tutto naturale, tutto semplice.

Così naturale che nei loro sms non c'erano domande tipo "dove sei? che fai? quando vieni?" ma parole rubate ai poeti. Loro si capivano così.

Lui preparò per Lei tante altre tavole apparecchiate di musica e poesia. E ogni volta un vino diverso.
Per la birra chissà, forse avrebbero aspettato l'estate.


mercoledì 26 ottobre 2011

Quando l'amore è aiutarsi a capire (Amarsi un po' - Lucio Battisti)

I suoi occhi alla luce dell’alba erano bellissimi, magnetici.
Parlavano, pregavano, imploravano, desideravano ancora come se non ci dovesse essere un domani: “Io non ti lascio andare via” ripeteva Lui.
E con le parole diceva solo questo, ma i suoi occhi... E le sue mani la trattenevano con forza.
Lei invece doveva proprio andare ma avrebbe voluto restare lì per almeno un'eternità e chiudendosi la porta alle spalle pensò: “Non ci sarà un altro incontro così”.
Era stata la carne a parlare tra loro. Poche le parole. Un’intensità indescrivibile.
Lei lo conosceva da lontano, quanto bastava per evitarlo. Lui non la conosceva affatto. Si erano incontrati al matrimonio di amici comuni e lì avevano avuto modo di parlare un po', degli sposi, della festa, dei loro lavori. Facevano un lavoro simile. E Lui alla fine non era così antipatico. Si scambiarono idee e telefoni, e decisero di rivedersi per capire se potevano fare cose insieme.
Così, nei giorni seguenti, si concessero due caffè: il primo in piedi, veloce e pieno di parole che dicevano tutto e niente. Lui era addirittura imbarazzato. Impacciato. 
Il secondo pochi giorni dopo, seduti in un bar: quindici, venti minuti strappati al lavoro per parlare di lavoro ma il discorso si spostò subito su altro.
Lui l'aveva definita "pericolosa".
Lei cercava di spiegare che non c'era nulla da temere e cercava di parlare di una sorta di situazione che si avvertiva nell'aria e preannunciava tempesta, ma Lui era abile a cambiare argomento, a non ascoltare ciò che non voleva sentire. E quando non voleva sentire, con la mano le spostava i capelli dal viso la zittiva.
Lui aveva capito molto di ciò che Lei non le aveva detto ed era premuroso, protettivo, cercava di non toccare le ferite ancora aperte. Cercava di non sapere da dove venisse Lei per non soffrirne. Si capiva che la desiderava. Ma la evitava, mettendo distanza tra Lei e le premure che aveva per Lei. 
Di fatto aveva una donna e sapeva amarla felicemente, ma per Lui era difficile fermarsi lì. E così da sempre combinava guai: finché erano voglie "passeggere", i guai erano passeggeri. Ma quando c'era qualcosa di più importante in gioco Lui aveva paura di perdere. Di perdere tutto. Stavolta aveva molte remore e paure. Poca fiducia in sé stesso. E paradossalmente aveva paura di perdere tutto prima ancora di avere qualcosa, perché sentiva che quella roba era roba sua da chissà quanto tempo. E di perdere no, proprio non ci stava.
Lei aveva capito molto di ciò che Lui non le aveva detto e cercava di non far precipitare gli eventi, lasciava al momento, alla libertà di essere come ci si sente di essere, senza giudizio. Non era caso di creare inutili complicazioni. Non si sentiva attratta, semmai coinvolta. Non voleva avventure. Non voleva storie. Non voleva niente.
Non voleva l'ennesimo problema da gestire.
Non voleva neppure divertirsi per un po'.
Lui era una persona interessante, meglio sgombrare il campo da equivoci, tranquillizzarsi e finalmente conoscersi. Non voleva sofferenze e drammi più o meno deliranti che poi alla fine son solo capaci di rivelarti la miseria di chi hai davanti.
Alla fine era facile: ci sarebbero state mille cose da dire, da raccontare. Cose su cui ridere, e su cui esser seri. E invece non ci fu bisogno.
Sedevano accanto in quel bar e sembrava che tutto fosse stato già detto.
Lo stesso accadde quella sera quando avevano deciso di prendersi un caffè più lungo e far due chiacchiere chiarificatrici su di loro e sul lavoro.
Potevano usare parole, disegni, musica: invece fu la carne a parlare per loro.
Nessuno dei due cercava quello che accadeva eppure stava accadendo.
E sembrava la cosa più naturale del mondo.

Forse era vero che si conoscevano da sempre, come a un certo punto disse Lui.
Lei non disse niente. Dimenticò il mondo.
Non ci furono copioni di seduzione da recitare, né frasi ad effetto da dire.
Non erano affatto preparati ad un incontro galante.
Erano reduci dal lavoro, stanchi, in disordine.
Ad un certo punto Lui decise di fare la cosa che temeva di più: guardare negli occhi Lei. Prese il coraggio a quattro mani e si mise in gioco: per qualche ora, per un po’di più, per non si sa quanto.
Fu come scatenare il temporale e poi fu la quiete per un attimo e ancora il temporale. E così via. Senza sosta. Ci fu una fame che non fu saziata. Ci fu una pace di cui entrambi provavano nostalgia.
Poi magari ci furono i pensieri pesanti di chi fa i conti con il ritorno al piccolo inferno quotidiano. Ma a questo furono dedicati pochi minuti che ciascuno sospirò per proprio conto.
A quel punto era Lei a non staccare gli occhi da Lui: un uomo così forte.
Si erano detti un sì pieno, senza filo spinato e linee di confine invalicabile, un sì che prometteva solo ciò che era possibile: io ci sono e voglio conoscerti.
Senza progetti, senza impegni, senza bugie, col solo impegno che è il vivere.
Una donna che si era presentata senza maschere e senza aspettarsi niente.
Un uomo che si era offerto lasciando da parte le sue remore e accettando il fatto che davanti a lei doveva venire a patti con il sé stesso che detestava.

Lei, che aveva perso da tempo i suoi riferimenti, tornò a casa certa che sì vuol dire sì. E che il bene non si dimostra con il silenzio o con le parole ma con i fatti.
Con la presenza.
E da troppo tempo le presenze nella sua vita erano quelle di fantasmi.
Lui che combatteva con i suoi turbamenti e con i suoi sensi di colpa, capì che ci sono incontri che viaggiano su binari paralleli alle nostre paure ed esser coerenti e crescere talvolta è anche dover accettare di essere intimamente diversi da come ci immaginiamo.
E così, al di là delle regole che il nostro piccolo mondo borghese impone, il perbenismo, la moralità/amorale, la perversione della perfezione, entrambi furono felici di essersi aiutati a volare nel vuoto. Furono felici di essersi aiutati a capire in un modo bellissimo e naturale che amare non è un verbo, ma un modo di essere, di accogliere, di comprendere, di comunicare, di accettare. Magari talvolta faticoso ma che non può far male a nessuno. 

Soprattutto a chi ama. Se davvero si mette in gioco e ama.
Non per sempre, almeno per un po'.



sabato 8 ottobre 2011

Quando l'amore sembra un regalo di Natale (Sapevo il credo– Cristiano De Andrè)

Ogni volta che si incontravano era come se si vedessero ogni giorno: tutto naturale, senza filtri, “come veniva”. Era stato così difficile lasciarsi che alla fine non si erano lasciati mai.
Si conoscevano da una vita, erano stati sposati e quando avevano deciso di separarsi in nome della reciproca libertà, lo avevo fatto sapendo che del tutto separati non sarebbero potuti restare. E infatti...

Era quasi il 25 dicembre.
Quel Natale Lui correva dai suoi e da quella nuova donna di cui forse era innamorato ma che gli dava il tormento.
Lei cercava rifugio tra le belle (troppo belle) braccia amiche (troppo amiche) del suo nuovo, diciamo, “fidanzato” e forse per questo aveva in testa quella canzone popolare che fa “...meglio sarebbe se non t'avessi amato...

Non erano contenti di questi amori che non erano come volevano loro e se lo raccontavano.
E se lo raccontavano ogni volta: al telefono, via mail, ad ogni incontro.
E se lo raccontavano mentre facevano l'amore.

Si perchè quando si incontravano era naturale fare l'amore. E si arrabbiavano per le loro storie, come a sfogare l'uno con l'altra le reciproche e personalissime insoddisfazioni.

Poi, dopo le lamentele e la passione oppure la passione e le lamentele, si mettevano a ridere e Lui faceva per Lei l'attore, imitando chiunque. Sapeva di farla ridere e a Lui dava gioia il suo sorriso. Ed era bravissimo: avrebbe potuto viver di questo, altro che attraversare su e giù il paese a far riunioni noiose in giacca e cravatta....

Lei rideva, ma non sapeva proprio ridere; era proprio ridicola nel ridere. Le usciva una vocetta stridula vagamente isterica... proprio non c'era abituata. Ma con Lui aveva sempre riso e rideva ancora, nonostante tutto: le ridevano gli occhi.

Giovanottino tu mi piaci tanto...” canticchiava Lei quando quella notte arrivò all'hotel vicino a un'autostrada qualunque. Era disperatamente felice.

Non si aspettava nulla.
Non si aspettava neppure che la camera di quell'hotel, che su internet si dava tante aree e vantava 4 stelle, fosse tanto brutta.
Ad un tratto si chiese perchè fosse lì, ma non si dette il tempo di trovare una risposta e si rimise a sussurrare quel motivetto “... e non sapendo neppure l'Avemaria...”

Lui aveva telefonato, era ancora in viaggio.
Lei era già dentro quel letto della camera brutta con quei bruttissimi quadri che solo gli alberghi non si vergognano di esporre. “...come farò a salvar l'anima miiiiiaaaa...”

Sul comodino c'era anche la Bibbia, notò.
E questo le strappò una sorriso.
No, non si aspettava davvero nulla, non pensava a nulla. Si sentì sollevata.
Le venivano in mente tanti pensieri, proprio come quando non si pensa a niente.

Guardando il televisore spento le passò davanti agli occhi la loro casa, quella casa che avevano messo su insieme con tanto entusiasmo e che ancora oggi esisteva in quella grande città che per un po' era stata anche la loro città. Raramente però capitava che si incontrasserò lì: o c'era Lui o passava Lei perchè anche lei aveva un bel daffare con il lavoro che la portava in giro.
Sospirò ad alta voce.
Chissà, forse per questo non avevano avuto figli, forse per questo non riuscivano ad avere altre storie che durassero più di 8/9 mesi.
Tutte uguali: un po' di passione, un po' di innamoramento iniziale, poi la crisi e la paura di trovarsi in trappola. Già, la libertà. E per preservare la libertà, entrambi cercavano vie di fuga.
Due anime perennemente in fuga, anche l'una dall'altra, per poi comunque essere sempre insieme.
Lui poi era specializzato nel cercare donne che sin dall'inizio presentassero qualche “incompatibilità evidente” con la sua indole. Ma, testardo e orgoglioso, doveva batterci la testa prima di mollare.
Era comunque un modo sicuro per mettersi in salvo ancor prima di correre il rischio.
E quasi quasi Lei lo invidiava per questo.

Sì, perchè invece Lei, che giurava e spergiurava di non voler “mai più” innamorarsi, alla fine si innamorava sempre e sempre di tipi tragicamente sbagliati. E giù lacrime e sangue.
Ma alla fine anche questo era un modo sicuro per mettersi in salvo ancor prima di correre il rischio.
Qualche volta ripensava al suo matrimonio.
Ma sì, era giusto che fosse così. Almeno con Lui non aveva rimpianti.
“...sì come piace il mare alle sireneeee...

Lui finalmente bussò alla porta. Si mise sotto la doccia, poi provarono parlare. Dopo il “beh, allora come va?”, erano già uno appiccicato all'altra. Era sempre stato così, anche quando litigavano. Era sempre così.

Il resto poteva aspettare. E infatti aspettò.

La luce del mattino era color rame. C'era un'atmosfera irreale, fuori.
Dentro quella camera, dentro quel rapporto indefinibile, c'era molta realtà invece.
Ormai era quasi Natale e presto dovevano ripartire.
Lui, che adorava il Natale, le aveva preparato tre regali, uno più bello dell'altro e tutti come sempre azzeccati: nessuno la conosceva meglio di Lui, manco sua madre!
Lei non regalava nulla a Natale e infatti nulla gli regalò. Anche Lei lo conosceva meglio di come conosceva se stessa. Lo avrebbe giurato.
Fu per questo che si sorprese tanto di quella scoperta.
Avvolti da un'irreale luce color rame, dentro quel letto della camera brutta con quei bruttissimi quadri che solo gli alberghi non si vergognano di esporre, parlavano vicini vicini.
Lei lo carezzava mentre Lui parlava.
Fu allora che Lei scoprì che la pelle di Lui subito sotto la curva dell'addome e subito prima dell'osso femorale era come la seta. Mai se ne era accorta prima.

Dovette fare uno sforzo per continuare ad ascoltarlo, perchè mentre Lui parlava, Lei si era distratta. Aveva chiuso gli occhi e continuando a carezzare quel preciso punto del corpo di Lui, le era sembrato di essere al mare e di giocare con quella sabbia sottile che solo raramente si trova. Sì, indugiava su quel piccolo lembo di pelle e le sembrava proprio di essere al mare, distesa ad occhi chiusi sulla spiaggia, con la mano che s'attarda dentro la sabbia calda, finissima e accogliente, per poi farla scivolare via. E con la sabbia, via anche i pensieri.
Una sabbia impalpabile.
Impalpabile.
Im-pal-pa-bi-le...ripeteva dentro di sè lentamente, mentre quella mano che toccava Lui la portava immediatamente al mare.
Ecco - com'era il loro rapporto –  im-pal-pa-bi-le, di grana extra fine, necessario, confortevole, caldo quanto basta per essere a casa.
Im-pal-pa-bi-le.
Sorrideva, perchè a Lei non era mai importato di definire con un aggettivo la loro vicenda strampalata. Eppure in quell'aggettivo c'era caduta per caso come per caso la sua mano aveva inciampato in quei 20 centimetri del corpo di Lui mai esplorati prima.
Una cosa strana davvero, pensava Lei, dopo tanti anni e tanti chilometri fatti insieme e nei modi più consueti e inconsueti.
“Ma mi stai ad ascoltare?” le chiese Lui.
“Si, certo” fece Lei e dovette compiere ancora una piccola fatica per tornare alla realtà.
“Sai che questo pezzettino di pelle non lo conoscevo ? – disse fuori tempo Lei – sai che l'averlo scoperto è un vero regalo per me?”
Lui sorrise ma non le dette molto peso.

A Lui capitava di cogliere questi momenti di Lei, senza poi capirli fino in fondo.
Lei pensò che quella sensazione era la più bella sorpresa di Natale, un regalo inatteso.
Si accorse solo allora che in quel preciso momento era Natale anche per Lei.
Poi arrivò l'ora di andare in quell'aria color rame.
Questa volta era stato speciale: Lui le aveva regalato il Natale.
Raggiunsero le loro auto.
Lui la baciò e partì verso i suoi disastri.
Lei lo baciò e partì verso i suoi disastri.

Sì, si sarebbero rivisti presto, chissà dove, ancora così.
Per tutta la vita.


venerdì 23 settembre 2011

Quando l'amore è pane caldo (Human Touch - Bruce Springsteen)

Lui era appoggiato.
Lui era appoggiato alla piccola porta aperta del piccolo forno.
Quel piccolo forno ancora attivo nel piccolo centro della piccola città.
Quasi l'alba.

Da lì, attraverso l'aria umida e la porta aperta, guardava quei mucchietti ormai ben ordinati di lievito farina e acqua, pronti a diventare pane.
E pensava a quanto si erano dovuti mescolare, amalgamare, confondere, pensava a quanta fatica e quanto amore c'era dovuto volere per mettere insieme un corpo solido e uno liquido e tirarne fuori una cosa tanto bella e omogenea.
Tutta la notte!
Tanto bella e omogenea. Morbida, chiara, appena rotondeggiante, che ricordava certe curve nascoste di Lei.
Lei, eh... Lei era anche nel profumo buono di quell'impasto, in quel già tutto che ancora deve diventare tutto.

Sospirava.

Intanto quei mucchietti erano lì e crescevano a vista d'occhio. Dovevano lievitare diceva il fornaio. Dovevano diventare "pani da un chilo".
Un miracolo praticamente, pensava Lui mentre osservava il compiersi di quel miracolo.

La vita era anche lì e infatti quell'impasto si muoveva.

E già si immaginava la forma che avrebbe avuto dopo la cottura, ne pregustava il sapore, si immaginava quel pane croccante appagare prima i denti, poi il palato infine il naso.
Si, presto sarebbe stato il forno a terminare il miracolo.

E mentre quel profumo era ovunque, ad un tratto Lui pensò a cosa aveva buttato via.
Aveva buttato via tutto il suo pane.
Tutta quella fatica per mescolarsi, capirsi, incontrarsi, tutto quel lavorare per diventare impasto profumato e poi... poi non aveva avuto il coraggio di saltare con Lei fino in forno.
Paura di bruciarsi.
Paura non si sa di cosa.
Paura.
Aveva fatto in modo che tutto restasse per tutto quel tempo a lievitare finchè, alla fine, era andato tutto a male. Tutto a male. E quanto male faceva!

E ora era lì da solo a guardare il pane da cuocere e a cercarvi le forme di Lei.
Capiva che si era perduto metà del viaggio. Quello dei sensi dopo i sensi. Quello dei profumi che appagano denti, palato e naso e tolgono la fame, tolgono il vuoto, tolgono il freddo.

Già faceva freddo ed era quasi mattina. Intanto il primo pane appena sfornato si imponeva all'attenzione. Impossibile non guardarlo e lasciarsi avvolgere da quel profumo.

Chissà come sarebbero stati belli loro insieme se solo... Ma adesso era freddo.
Si tirò su il bavero, si fece mettere dentro una busta di carta un pane intero e, anche se era solo, se lo portò via.

Almeno per un po' fu il caldo di quel pane appena cotto a scaldare i suoi pensieri e la sua solitudine.
Pensò allora di chiamarla per fare colazione con quel pane appena sfornato.
Sì, forse poteva essere una buona idea.

Forse era tempo di mettersi in discussione.