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domenica 30 giugno 2019

La potenza di un gesto sbagliato


Foto di Mattia Costantino
C’è un preciso momento in cui qualcosa infrange una “tradizione”. Che sia un colpo di genio, un incidente, una casualità poco importa: è quello l’attimo in cui una “forma” nuova sconquassa una “norma” consueta. Qualcosa si rompe, suona diverso, appare differente. E anche se è un piccolo dettaglio si fa notare, diventa evidente.
A noi umani, che sotto una parvenza di evoluzione nascondiamo il nostro sentire più animale, più che le parole sono i gesti a muovere la coscienza.
Così anche un semplice abbraccio può scardinare una liturgia consolidata, scandita da ritmi scritti da secoli di consuetudine e creare meraviglia.

Lì, sotto un sole che toglie le forze, con coraggio, orgoglio e fierezza, Daniela e Laura rappresentano due popoli che stanno per sfidarsi in una giostra che è guerra.
Sono due donne, ma sono anche due soldati.
Eppure si abbracciano, si sorridono, si accompagnano.
Accolgono così quel tempo che poi dovrà dipanare le sorti dei loro destini.
Un gesto piccolo, intimo, spontaneo da muovere lacrime e chiudere lo stomaco.

Un gesto fatto in un momento sbagliato e che proprio per questo si impone all’attenzione, spalanca gli occhi di meraviglia e diventa urlo di bellezza che inghiotte tutti, anche i più distratti.

Il “qui e ora” taglia le gambe a ciò che è stato e anche a ciò che dovrà essere. 
Esiste solo quell’abbraccio e quell’attimo diventa luce.
Tutto è troppo inconsueto e tutto è straordinariamente perfetto.

Perché quelle due donne rappresentano molto più di quello che si vede.
In quell’abbraccio ci sono paura e coraggio, forza e amore.
In quell’abbraccio c’è tutta l’umanità di cui abbiamo bisogno, tutta la verità che ci serve, tutta l’intelligenza che ci permette di capire.

Daniela e Laura regalano un frammento di verità.
Quella verità che permette al Palio di essere gioco che diventa vita vera.
Una vertigine che racconta la potenza dell’esserci, del tenersi stretti, del sapersi ancora umani.

Grazie a entrambe per tanta bellezza.

domenica 9 agosto 2015

Viola, la senesitudine, il coraggio della parola libera

PREMESSA: non conosco ancora (se non di vista) Viola Lapisti. Ho scambiato con lei su Facebook alcuni messaggi privati dopo aver letto il suo bel pezzo sulla “senesitudine”.
(qui: https://wunderbarsi.wordpress.com/2015/08/07/della-senesitudine-di-viola-lapisti/)

Cara Viola,
rendo pubblici alcuni miei pensieri, che in parte con te ho già condiviso, perché ne sento l’urgenza. Un’urgenza che nasce dall’aver letto alcuni commenti a mio avviso poco centrati su quanto hai pubblicato ma, soprattutto, sul bisogno di non lasciar morire qui, tra un po' di applausi e pacche sulla spalla, quanto hai avuto il coraggio di confidare.
Perché di coraggio ce ne vuole ad essere senesi, amare profondamente questa città, e scriverne senza esaltarne squilli di chiarine e rullare di tamburi.
Lo stesso coraggio che ha una madre che parla di un difetto del proprio figlio.

La tua riflessione sulla “senesitudine” l’ho trovata illuminata e illuminante, molto lucida e finalmente priva di quella retorica che ogni volta finisce per soffocare ogni parola che si dedica a Siena, ai senesi e al palio in generale.
Grazie.
Hai delineato un bell'affresco di come siamo. E quando qualcuno ha il coraggio di mettersi e/o di metterci davanti a uno specchio, a mio avviso va ringraziato col cuore.
Soprattutto se lo fa senza secondi fini, senza voler portare il carro da una parte o da un’altra per piantarci sopra una bandiera politica, senza voler fare campagne elettorali.
In totale libertà.

A differenza di molti tuoi lettori il pezzo l’ho trovato senza “berebenannà”, semmai intriso di disillusione, frustrazione e di una sorta di “rabbia garbata”.
Quella “rabbia garbata” che tocca di ingoiare a chi (appunto seduto davanti a uno specchio) si trova costretto a guardare e ad accettare anche quello che proprio non gli piace e che magari vorrebbe pure cambiare, ma non ne ha modo, armi, possibilità.

Una “rabbia garbata” che ci tocca di ingoiare probabilmente sin da quando Dante ce lo scrisse:
Or fu già mai gente sì vana come la sanese?
E da qui comincia la tua riflessione.

Mi sono andata a rileggere nei dizionari cosa significhi “vana”. Non c’è dubbio.
Vano (dal latino vanus) vuol dire vuoto, immateriale, irrealizzabile, utopico, infondato, vacuo, effimero, fugace, precario, inutile e se, riferito a persona, che si compiace di sé stesso, delle proprie doti e qualità reali e più spesso presunte, ovvero vanitoso
Per sicurezza ho controllato anche la parola vanità e il dizionario recita:
vanità s. f.(dal lat. vanĭtas -atis, der. di vanus «vano, vuoto»)
Insomma, mica ci tratta bene il caro Dante.
E certo anche lui avrà esagerato perché poi Siena nei secoli non è certo stato solo un insieme di gente boriosa e vanitosa, e qualcosina al mondo l’ha regalata e insegnata in termini di bellezza, sapere e unicità.

I tuoi amici non senesi, parlando di Siena, palio e contrade ti dicono che siamo chiusi, retrogradi, razzisti e via andare: l’elenco è bello lungo e non gradevole. A me spesso dicono (forse perché sono una signora e quindi tagliano corto con le offese) che siamo pazzi. O addirittura non credono a quel che vedono in tv o sentono raccontare.
Lì scatta l’orgoglio. E tante volte ho risposto con fierezza, nel desiderio di affermare un mondo di valori in cui credo e che sento profondamente mio.
Magari spesso mi avranno considerato oltre che pazza anche vana. Me ne rendo conto adesso. Perché quando scrivi che “Il senese si sente un esemplare umano endemicamente orgoglioso, geloso e fiero ed ha anche la presunzione di essere migliore di voi in quanto senese. La presunzione gli deriva dal fatto che gioisce più degli altri, patisce più degli altri, è attaccato alle sue radici più degli altri, vive ogni emozione al suo estremo e nella sua sconvolgente totalità”, io in questo un po’ di vanitas ce la trovo. E questo atteggiamento, lo confesso, l’ho avuto.

Tutto questo per arrivare a dire che, insomma, qualche colpa forse ce l’abbiamo.

Delle tante cose che scrivi però, quello che più mi ha fatto riflettere è il distinguo che fai tra “senesità” e “senesitudine”.

“Senesità – dici - evoca un’accezione positiva, rassicurante, includente. Senesitudine, invece, richiama un infinito bagaglio di tormenti d’animo e di sofferenze interiori alla stregua di solitudine, singletudine, inquietudine…”

Domanda. Dov’è oggi la senesità? Quella che faceva scrivere ad Aldo Cairola (peraltro lontano da Siena) che Siena i suoi Terzi le sue Contrade sono un’unità divisa. Quella che, come dici tu, evoca un’accezione positiva, rassicurante, includente. Quella della solidarietà, del mutuo soccorso. Quella dove io esisto perché esiste il mio avversario che mi dà senso, mi legittima e mi spinge ad accogliere (lui che è diverso da me) tutto ciò che è “diverso”. Quella che mi realizza. Quella che esalta e amplifica la sua bellezza, lasciando spazio alle sue energie e menti migliori. Quella che porta progresso sin dai tempi di Duccio. Quella che mi insegna il rispetto.

Perché anche io (adesso che hai coniato questo termine) conosco bene e da tanto tempo la “senesitudine” uno spleen che si imprime nel cuore, e lascia negli occhi la bellezza con cui sono nata e con la quale morirò.
Una sorta di malinconia dolorosa, che suscita addirittura ilarità quando racconti imperterrita del tuo attaccamento a un luogo che, soprattutto adesso finita l’era degli splendori della “corte dei Borgia” come qualcuno me l’ha definita, si sveglia e si scopre provincia, anzi, paese.
Una rabbia che diventa tormento quando qualcuno ti attacca, perché qui si mettono in “vendita” le tue meraviglie.
E tu fai fatica a ingoiare e difendere, difendere e ingoiare, perché sotto, sotto, lo sai che un po’ di verità in quello che ti dicono qualche volta c’è.
Lo scrivi bene tu: “La nostra senesitudine ci stanca, ci tarpa le ali, ci soffoca con il suo inevitabile provincialismo – o comunque ci sembra che sia così – noi vogliamo viaggiare, noi vogliamo studiare all’Estero, noi vogliamo imparare dagli altri e desideriamo fare tutte le esperienze che la vita è in grado di offrirci”.
Alla mia età non si può più: si resta “senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito” (citando Giorgio Gaber)

E qui si impone un’altra riflessione: cos’è Siena adesso. Eppure che Siena sia una città caratterizzata da uno stile di vita che è un unicum proprio grazie alla sua Festa è vero. Che questa città abbia una sua identità forte è innegabile.
Mica sarà che stiamo vendendo anche questo per vanità, tra fiumi di retorica, luoghi comuni e falso buonismo, senza neppure accorgersene?

Sono d’accordo con te Viola quando dici: “Questa Siena la odiamo e l’amiamo insieme e non ci possiamo fare niente, è così. È la nostra linfa e il nostro veleno. Un perpetuo chiasmo.”
Forse allora sarebbe bene guardarsi a lungo allo specchio che tu ci offri.
Prestare l’orecchio a chi ancora oggi ci taccia di esser gente vana. Rifletterci un attimo e poi tornare, noi per primi con occhi nuovi e un po’ più puri, a guardare il luogo dove viviamo. Quel luogo più intimo e vero, quello che non è nelle gallerie di selfie su facebook, quello che non si mette giacchette su misura per fare passerelle sul tufo e neppure lustrini e paillettes per farsi notare per il corso, magari dietro al cavallo. E poi da chi?
Bisognerebbe tornare noi, per primi, lì dove si fatica da sempre per essere famiglia, così da rimanere famiglia e difenderla quella famiglia. Con la massima disponibilità di aggiungere un posto a tavola se qualcuno arriva perché vuole conoscerci, senza pregiudizi.

La bussola per esser comunità ce l’abbiamo da secoli: è quello che tu chiami “collante che ci tiene ancorati alla realtà e che spesso ci salva, ci riprende per mano e ci riaccompagna a casa”.
Ecco la realtà. Ripartire da lì. La realtà è l’esempio di chi, in silenzio, con 40 gradi all’ombra come oggi, indossa una montura di velluto con orgoglio, oppure trascorre la sua giornata in una cucina a preparare cena per 400 persone. Questo lo si fa non certo per far vetrina. Non lo si fa per vanità. In questo io vedo la senesità come identità, appartenenza, unicità. Quella che non si racconta tanto è chiara, quella che guai a chi ce la tocca. Qui c’è poco di senesitudine. Guardalo quel monturato sudato. Può essere che è pazzo. Ma è pazzo d’amore.
Questo però è frutto dell’assenza di ambiguità, è il risultato della passione più pura e, si ritorna sempre lì, dell’amore.
E non sempre è tutto così chiaro, purtroppo.

Cara Viola, chissà se prima o poi la “senesitudine” (anche in questo caso pronunciata con tanto di sospiro) ovvero la tua e anche mia incapacità di farci capire intrecciata al desiderio di esser comprese verrà mai intuita.

Io ti ringrazio per quello che hai scritto, per la bellezza della tua libertà e per gli spunti che mi hai offerto. È un bel regalo! 
Sonia

domenica 5 luglio 2015

Perché Sonia non scrivi più?

Perché Sonia, non scrivi più? 
Già perché non scrivo più?
Forse mi accadono troppe cose e sono tutte straordinarie e al contempo banali al punto che mi chiedo: perché ne dovrei scrivere?
Per scrivere ci vuole un motivo, un bisogno. E forse di motivi e bisogni ne ho fin troppi. Roba da rimanerci soffocati.
Allora prediligo il silenzio. Anche per evitare la fatica di mettermi gli occhiali, che da vicino ormai con l'I-pad mica ci vedo troppo bene....
Ogni giorno auguro buon compleanno a qualcuno, ogni giorno mi scordo qualcosa che avrei dovuto fare e ogni giorno mi capita di fare qualcosa che non avevo previsto.
Poi a quest'ora, se sono sola, mi accorgo che un giorno è passato.
Un altro.
E se fino a qualche tempo fa questo pensiero non mi faceva proprio nessun effetto e anzi, iniziavo a pensare a cosa avrei dovuto fare domani, adesso invece mi fermo a riflettere e mi chiedo se le ore di oggi hanno avuto un qualche senso.
Se le ho dedicate a ciò che merita tempo. Se ho pensato o parlato con chi - per adesso - ho la fortuna di avere vicino a me. Se ho fatto qualcosa per sentirmi un po' più forte e, magari, migliore.
Perché poi basta una giornata che fuori fa 40 gradi e che ti costringe a stare in una stanza fresca dove tieni le scarpe a cambiare i tuoi pensieri.
Oggi ad esempio ho trovato un paio di scarpe che misi per la prima volta il 27 luglio 2007.  
C'era una festa. E ricordo anche come ero vestita.
Mi avrebbero portato su strade che non dimenticherò mai. Sono stata felice. Ma è stato un attimo. Poi, come accade per tutto, anche quell'attimo è passato. 
Adesso sono lì, nella loro scatola, fra altre scatole. Fra altre scarpe con cui ho fatto tante altre strade, più allegre o più tristi. Malinconiche e spensierate.
E tante altre ce ne saranno.
In salita, in discesa, con le curve. Faticose.

Io una cosa la so: non ho nessuna idea di dove sto andando. 
Intanto fotografo i panorami. Anche quando le foto non meriterebbero di essere scattate.
Anche quando fanno male.
Ma è il mio viaggio. E voglio compierlo fino alla fine.
Poi magari ogni tanto ne scriverò anche...


domenica 21 dicembre 2014

Visitando la mostra di Rosalba Parrini “Giochi, Battaglie, Storie”... ealtro

Visitando la mostra di Rosalba Parrini “Giochi, Battaglie, Storie”
(e altro)

Le stanze con tanti quadri e tante fotografie appese alle pareti ma soprattutto una, quella all’ultimo piano, una sorta di laboratorio con una luce particolarissima. Lì ancora quadri, libri, disegni, un paio di occhiali assolutamente speciali e finalmente la lettura di “Andrea”, una poesia che lei aveva scritto anni prima e sulla quale tanto avevamo scherzato.
Poi cena in giardino con un’insalata a base di patate lesse, würstel e maionese: un piatto che avrò provato a rifare mille volte (pur odiando i würstel) senza mai riuscirci.
Ma lì era tutto buono. Tutto bello.
E ancora i sorrisi delle sue meravigliose bimbe e le parole di quel marito innamorato pazzo che già allora fotografava tutto, ogni attimo di quella vita familiare quasi a voler fermare per sempre la felicità.
Perché se qualcuno mi chiedesse cosa ho trovato a casa della professoressa Rosalba Parrini quando, con i miei compagni di classe l’andammo a trovare, io direi proprio così: lì ho trovato qualcosa che potrei definire “felicità”.

Eppure quella era una felicità che “scalpitava”. E già nei miei ricordi di allora, la mano di Rosalba Parrini che, disegnava, scarabocchiava, scriveva, tracciava linee era alla ricerca di un qualcosa di più.

E anche oggi è così: vedo Rosalba e incontro una donna felice, osservo le sue opere e incontro l’anima di un artista continuamente alla ricerca di un qualcosa di più, che superi anche la stessa –chiamiamola così- “felicità”.

“Giochi, Battaglie, Storie” è la mostra che i Magazzini del Sale di Palazzo Pubblico a Siena ospiteranno fino al prossimo 7 gennaio 2015. Una mostra che arriva dopo che Rosalba ha dipinto il Drappellone dello scorso luglio 2014.

E finalmente. Ci voleva proprio il Palio per offrire alla Parrini, lo spazio per una personale. Quasi lei avesse dovuto pagare il pegno per aver da sempre amato la sua Siena. Sì, perché se solo Rosalba fosse capitata in una galleria di una città dove l’arte contemporanea non viene vissuta come un qualcosa da sopportare, probabilmente sarebbe stata consacrata già da un pezzo tra i maestri di questo tempo.
Di più: se non fosse stato per suo marito Giancarlo, questi suoi lavori sarebbero rimasti probabilmente nascosti. Già, Rosalba ha un difetto: è umile ed è anche timida.
Una ragazzina.
Era così anche quando la conobbi.

Per noi studenti era “la Parrini” e non è un caso se, nonostante la sua severità, ci stava simpatica. Ma simpatica solo fuori dalla scuola, perché quando vestiva i panni di professoressa ci costringeva ad imprese importanti (tipo armeggiare con un disegno geometrico un intero pomeriggio). O almeno questo accadeva a me, che ero negata per il disegno. E nonostante questo, è proprio colpa della Parrini se invece di fare la farmacista mi sono laureata in storia dell’arte.
A distanza di anni però, riesco a capire cosa volesse quella professoressa così pignola e precisa. Ci invitava a sfidare quei fogli bianchi per scoprire la nostra forza interiore, per stimolarci a superare un limite, per crescere, anche se a noi talvolta non importava niente. Ma la curiosità doveva venire prima di tutto, anche a costo di esser rigorosi e severi.
Un invito che diventava vero, ed era quindi ineludibile, perché era rivolto a noi studenti e al contempo a quella ragazza che era - ed è - in lei.

Ecco allora che questa mostra “Giochi, Battaglie, Storie” è una sintesi molto significativa di quello che è il percorso artistico di Rosalba Parrini, un percorso scelto e mai abbandonato: da quando era studentessa a Siena, poi al Magistero d’Arte di Firenze quindi all’Accademia Albertina di Torino, fino ai giorni che l’hanno vista insegnante.
Rosalba Parrini ha sempre portato con se la sua cifra più particolare, quella che poi ha insegnato anche a chi come me ha avuto la fortuna di incontrarla, ovvero la voglia di mettersi in gioco, la voglia di cercare e superare le sfide.
Non a caso ci invita a scoprire Giochi, Battaglie, Storie, tre capitoli fondamentali di un unico libro che potremmo chiamare “vita”.

Giochi
Giocare, scomporre, scoprire la realtà da molteplici punti di vista.
I dipinti di questa sezione sono caratterizzati dal movimento. Rosalba traccia coordinate geometriche ma poi ne scompone la perfezione. Butta all’aria la falsa necessità di procedere secondo solide regole matematiche e trasforma la prospettiva in pura poesia. Le linee si muovono su fondo nero e diventano parole sinuose, suoni armonici. C’è una sorta di sinestesia in quei volumi che raccontano ciò che è, da più prospettive. Addirittura i pannelli creati con contrasti in rosso si possono montare e di nuovo rimontare in molteplici modi. Le tavole diventano oggetto con cui giocare. E poi la serie “Vieni colore” dove è il cromatismo ad essere protagonista. Teste colorate di cavallo che si intersecano offrendo la possibilità di perdersi in un viaggio onirico e pieno di fantasia.

Battaglie
E’ la figura del cavallo il grande protagonista della serie dei dipinti che Rosalba Parrini racchiude nella sezione “Battaglie”.
Inutile stare a precisare che cosa sia il cavallo per un senese. Ma il cavallo è anche ancestrale simbolo “del tutto”, immagine per eccellenza dell’anima che va saputa dominare e guidare. E per l’artista e per le sue battaglie, può essere tante cose. E’ “strumento” per superare la prova, è bellezza mitologica, è speranza ed è possibilità di una libertà da conquistare sotto un cielo illuminato da una luna rossa.
Il cavallo diviene talvolta una cosa sola col cavaliere al punto che se ne distinguono appena le forme. Parla, gioca come fosse l’umano. Diventa “tutte le cose”, perché tutte le cose si scompongono nella battaglia, le linee di confine diventano meno definite e, se si combatte con passione ed ardore, si può conoscere il caos. Ed ecco che tornano le geometrie colorate e più astratte con cui Rosalba ama guardare le cose, con totale apertura, senza offrire un unico punto di vista. E ancora una volta il colore è fondamentale: sono infatti i cromatismi che ci suggeriscono se si tratta di battaglie vinte o perse. E si resta lì a pensare, a immaginare, a immedesimarsi.

Storie
Poi ci sono le storie. E in questa sezione Rosalba Parrini racchiude il percorso che ha l’ha portata alla pittura del Drappellone del 2 luglio 2014.
Sono davvero storie. Ciascuna è un unicum, per ciascuna è possibile fare mille riferimenti. Di fatto il Drappellone è una sintesi di storie. Ci sono le geometrie, i cavalli, le linee -ancora- sinuose, il rigore prospettico e il cromatismo brillante che racconta Siena, c’è Rosalba e la sua vita di senese, gran parte della sua ricerca. Ma nei dipinti di questa sezione c’è molto di più. Ci sono frammenti di intimità, ci sono luoghi di ombra, momenti più misteriosi e bui, ci sono taccuini di viaggio e parole sussurrate. C’è quello che è stato e che ormai è diventato storia ma c’è ancora la voglia di curiosare, cercare nuovi racconti, magari seguendo il volo in ascesa di un bandierino come fosse un aquilone o la criniera rossa e spettinata dal vento di un cavallo che ancora scalpita e troppe ancora ne avrà da giocare, combattere e raccontare.

mi lascio andare
e provo ad essere felice

(da Misteriosamente il mare - Rosalba Parrini,  Il mio silenzio mosso)





domenica 17 agosto 2014

La corsa, Il Palio e l'anima (in questo caso la mia)

(La bella foto è dell'amico Riccardo Pallassini)
Avvertenza: chi non è senese potrebbe non capire una parola di quello che vado a scrivere. Ma questa pagina riguarda davvero qualcosa di molto personale. Che ha a che fare con l’anima. La mia.

Oggi a Siena è il 17 agosto, ovvero il giorno che segue il Palio dell’Assunta. Dopo quattro giorni di tensione, attesa e speranze, ieri sera la corsa dei cavalli che si è disputata in Piazza del Campo ha consacrato regina la Contrada della Civetta.

Ovviamente in città sono settimane che si parla di cavalli, fantini e strategie paliesche, secondo un rituale che si ripete da sempre. E oggi si sprecano i commenti, i “se” e i “ma” di cui son piene le fosse di quelli che sapevano tutto da prima, da sempre, da mai.

I media rendono omaggio alla Civetta mentre esperti ed espertoni sfornano pagelle più o meno ad minchiam per fantini e Contrade; insomma, dai salotti televisivi ai bar, ovunque si parla di Palio e - manco a dirlo - ovunque c’è chi è pronto a giurare che “io lo avevo detto”.

Il Palio inteso come corsa lo ha vinto la Civetta. Senza se e senza ma. E, per onor del vero, io sono tra quelli che no, non l’avevo detto.

Qui però vorrei parlare di un altro aspetto del Palio. Quello che dà significato a quei tre giri a perdifiato e che non finisce mai di stupirmi. Quello che dà senso alle emozioni vere e non alle baracconate da circo medrano.
Quello che dà prospettiva e speranza al futuro di una città che sa rigenerarsi da sempre, grazie a una Festa che è più di una Festa. E’ celebrazione collettiva di un rito. Enigma. Continuo conoscersi e ri-conoscersi in un qualcosa che è più grande del sé.

Torno ad ieri.

Sono tanti anni che ho l’onore e il privilegio di vestire la comparsa della mia Contrada, la Chiocciola, un gruppo di uomini che viene chiamato ad indossare vesti che trovano le loro origini nell’antichità e che in ogni dettaglio restituiscono simbolicamente un valore, un gesto, un messaggio.
(La comparsa si veste nelle primissime ore del pomeriggio del giorno del Palio. E infatti alle 13,15 puntuale mi sono presentata in Contrada)
Nella comparsa, tra i figuranti in “maggiore evidenza” (lo scrivo per gli amici che non sono senesi e che sono arrivati a leggere fin qui) ci sono gli alfieri (i due ragazzi che “giocano” con la bandiera proponendo un antico linguaggio militare) e il tamburino (dotato dello strumento che scandisce il passo con cui si annuncia l’arrivo della Contrada).

E da qui, amici non senesi, forse non ci capirete più niente.

Per Alessandro e Andrea (vent'anni, poco più forse) ieri era uno di quei giorni che resterà indimenticabile a prescindere. Per loro sarebbe stata la prima esperienza da “alfieri di piazza”. Come tutti quelli a cui la Contrada affida questo compito, si erano allenati per mesi così da onorarlo al meglio. Avevano preparato anche una sbandierata difficile. Immaginabile la loro tensione.

Arrivo e incrocio lo sguardo di Alessandro. I suoi occhi parlano più del suo pallore. E’ addirittura più pallido di me. Sorrido. “Iniziamo dalla calzamaglia vai”.
Da lì è stato un susseguirsi di dettagli. 
La camicia di Ale stringeva al collo. L’abbiamo cambiata. E così l’ha cambiata anche Andrea. Poi ad entrambi è venuto il dubbio che quella camicia (che comunque arrivava fino al polpaccio), potesse uscire dalla calzamaglia. Rassicurati i ragazzi che questo evento sarebbe stato impossibile, ecco un nuovo dilemma: con che si tiene su la calzamaglia in cotone, bretelle o cintura? Per me non ci sono dubbi: cintura. I due “novizi” si fidano e mi danno ascolto. Andrea intanto si sistema le scarpe. 
Sembrerebbe un’amena chiacchierata su vestimenti, ma in sostanza si tratta di placare un po’ l’ansia, di trasmettersi reciprocamente la giusta fiducia.

Andrea e Alessandro provano qualche movimento e finalmente arriva il momento di indossare la parte in velluto della montura, ovvero quella che fa dell’alfiere, l’alfiere di piazza.

Alessandro trema, senza accorgersene credo. Parla veloce, sottovoce e non lo capisco. Mi chiede anche di essere complice di un suo piccolo segreto. Qualcosa che riguarda uno scherzo con Andrea: non lo so ma accetto, mi basta di vederlo un po’ sereno. Mi ringrazia. Non saprò mai di cosa. Ma va benissimo così. Ormai l’emozione non è più così impalpabile. Faccio fatica a chiudere i bottoni del suo corpetto. E sento il suo cuore battere forte.

Andrea invece è “ineffabile” ha lo sguardo che sfugge; chiede “va bene questo?”, “va bene quest’altro?” e mostra bottoni, dettagli della camicia, piccole pieghe delle calze, ma osserva altrove. Si, va tutto bene. Poi gli faccio scivolare le braccia nella parte superiore della montura ma mi è difficile intrecciare il cordoncino che tiene insieme il retro: non riesce a stare fermo, “balletta”.

Frattanto Fausto, il tamburino, guarda e aspetta paziente il suo turno con calzamaglia e camicia già addosso… Per lui non è la prima volta. Forse per questo sembra più tranquillo lo guardo, sorride e mi fa: “Ma da me quando ci vieni?”. “Ora, ora. Abbi pazienza”.

Lascio i due alfieri alle donne che devono sistemargli le parrucche, agli abbracci dei familiari, degli amici, alle parole degli ultimi momenti, alle battute per sdrammatizzare, alle fotografie.

Poi vado da Fausto. Lì c’è anche Nicola che mi aiuta. E mentre gli mostra come mettere la cintura che sosterrà il tamburo, io gli faccio indossare la montura.

In quel momento arriva Paola. Paola di Bano. Bano che se n’è andato poche ore prima, Bano che ha lasciato la chiesa dove tra qualche minuto andremo con la comparsa e il popolo a benedire il cavallo. Bano che ha insegnato a tutti quei ragazzi a suonare il tamburo. Bano. 
L’abbraccio.
“Mi hanno detto i ragazzi di venire, ci sono sempre venuta”. E lo dice, con imbarazzo, come chi sembra volersi giustificare.
La guardo e sono io che adesso ho bisogno di coraggio per ricacciare le lacrime in fondo agli occhi. Le affido i lacci che devono chiudere la montura di Fausto e le dico: “dai, finisci tu. Sei arrivata proprio al momento giusto, è il tamburino no?”

La vita vince sempre sulla morte.

Pochi minuti ancora, ed è tutto pronto. I ragazzi sono bellissimi ed emozionatissimi. Li bacio. “Sonia, grazie di tutto”. “Oh. Grazie Sonina. Grazie, grazie davvero”. “Grazie di tutto”. Ed è un continuo.
A quel punto la tenerezza mi sale agli occhi. Quei ragazzini così giovani e così sinceri, sono tanto belli nella loro emozione che in quel momento riesci a cogliere l’essenza più vera di questa città.

Ora come lo potresti spiegare a uno che pensa che il Palio sia una corsa di cavalli, il tumulto di emozioni che attraversano e scombinano cuori e teste in giornate come queste?

Come glielo racconti a uno che ti chiede cos'è la Contrada il pallore di Alessandro, o lo sguardo di Andrea nell'affrontare un’emozione tanto grande per la prima volta?

Come lo racconti che Paola di Bano proprio ieri, ha vestito il tamburino di piazza della Chiocciola e Fausto, quel tamburo, lo ha suonato mettendoci dentro mille e mille voci di chiocciolini?

Se c’è una cosa che davvero mi fa rabbia è che non riesco proprio a trovare parole adatte a restituire certe emozioni, certi significati profondi.

Perché questa cosa qui è come l’amore. Non si spiega né si racconta. Si vive. E si è grati perché la si può vivere.

E bisognerebbe anche essere molto bravi a difenderla.
Talvolta (forse anche più che talvolta) anche da noi stessi.




giovedì 3 luglio 2014

Arianna, 2 luglio 2014

La mia corsa, dopo la corsa.
Quella facile e veloce tra vicoli e volti che conosco da una vita per venire da te. 
Quella difficile e tutta in salita per superare “a caldo” la delusione per quel mio sogno – per ora – in sospeso. 

E poi tra tanta gente che non capiva perché fossi lì, finalmente il tuo urlo più vero, di pancia, pieno di lacrime di gioia.
Un urlo che ricorderò per sempre perché, in qualche modo, mi restituisce il tuo primo vagito, quello che non potei sentire perché per farti nascere mi addormentarono.
Mi sei corsa incontro gridando “Mamma, non ci credo”, ed è stato come sentirti venire di nuovo al mondo.

Prima ho visto i tuoi occhi blu, enormi, spalancati come a voler guardare ogni cosa che stava accadendo per realizzare che sì, è tutto vero.
Poi ti ho sentita tra le mie braccia. Bellissima e piccina, piccina.
Tremavi, piangevi, delicata come un foglio di carta velina e ti ho scoperto di nuovo piccolissima anche se ormai sei alta come me. 

Conosco quel tremore e quelle lacrime.
Amore mio, la gioia quando è tanto grande e inattesa può essere devastante.
E credimi, ogni cuore, anche il più anziano, si trova inesperto e impreparato davanti a tanta potente felicità.
Ma quello che ancora non ti pare possibile, diverrà forse uno dei ricordi più belli della tua esistenza. Una cosa da raccontare mille e mille volte e ogni volta ritrovarsi addosso un brivido di pura emozione.

Si chiama Palio questa roba qui, ed è un gioco che diventa vita vera.
Si piange di gioia e di delusione. Si cade e ci si rialza, ci si abbraccia per felicità o per disperazione o per tutte e due. Sempre siamo lì per la bellezza.

Chi ci guarda da fuori in genere non riesce a capire. E talvolta non ci riesce neppure chi ci conosce da vicino.
E’ una magia la nostra, piena di sentimenti contrastanti e veri che si rinnovano attraversando il filo fugace e implacabile delle stagioni.

“Mamma, non ci credo. Non ci sto capendo niente, ma non voglio perdermi neppure un attimo” 
Ci crederai, avrai tutto chiaro e sarà tutto vero.
Intanto amore mio, hai ragione, non perderti neppure un attimo.

Io non mi sono perduta la tua gioia immensa, il tuo stupore e la tua meraviglia, la tua bellezza. 
Non ho dubbi che l’aver corso per venirti ad abbracciare, è stata la cosa più saggia che potevo fare. 
Ora guardo la tua bandiera che sventola alla finestra di casa nostra e penso che in attesa che il mio sogno diventi realtà, adesso è tempo pieno per il tuo. 
Vivi ogni attimo al meglio e fai in modo che tu possa poi ricordare.
La storia talvolta viene illuminata da lampi luminosi di pura felicità: la tua di oggi è una storia piena di luce e bellissima. Come te.

Mamma


mercoledì 23 aprile 2014

La mia amica (qualcosa di personale)

Un’amica di quelle che porto sempre nel cuore mi ha suonato il campanello.
Non sono mai a casa a quell’ora. Oggi invece c’ero.
“Passavo di qui…”

Lei è una ragazza speciale, pochi fronzoli e molta concretezza.
Mi raccontai la sua ultima avventura: “non volevo farlo al telefono…”
E’ una brutta avventura che, detta così con pochi fronzoli e molta schiettezza, lascia poco spazio all’immaginazione.
La guardo e l’ammiro.
L’ascolto e l’ammiro.
Gli occhi le scappano altrove. In pena.
Ci sono momenti in cui la vedo smarrita nel suo coraggio.
Ma non è il coraggio ad essere in discussione. Di coraggio lei ne ha da vendere.
Il suo smarrimento deriva piuttosto dall’attesa: “dicono che è necessario aspettare per capire cosa si potrebbe o non si potrebbe fare…”

Aspettare, non si può fare altro.

E allora penso che il tempo è un gioco perverso.

Era appena ieri ed eravamo sedute nei banchi di scuola, quando sognavamo tutto il bel tempo che sarebbe venuto. Di aspettare non se ne parlava proprio.
Avevamo fretta, come hanno fretta tutti quelli che hanno vent’anni.
E sognavamo tanto, sognavamo a colori.
Forse non abbiamo sognato abbastanza forte?
Volevamo tempo per fare, non per aspettare. E anche se la scuola è finita, oggi siamo quelle di allora.
E poi: questo tempo deve insegnarci solo ad aspettare?

Guardo la mia amica e sento nel mio stomaco la sua impazienza.
Vorrei dire cose sensate ma non ha senso niente di quello che sento, penso, vedo, immagino.
Così resto seduta, ascolto e mi pare di vedere un film.

Ho la certezza che è un film proprio brutto ma con un lieto fine.

Lo sappia il dio di ogni tempo che noi non aspettiamo neppure quando “non ci resta da far altro che aspettare”.
Noi siamo quelle che anche nel bel mezzo della tempesta continuiamo, ostinate e contrarie, a navigare a vista. Tra lacrime e sorrisi, imprecazioni e preghiere. A denti stretti. Almeno fino al sereno.
E presto sarà sereno. Per forza e per amore.
Perché noi siamo quelle che abbiamo sempre sognato forte.
Nonostante tutto.