lunedì 7 marzo 2011

RIFLESSIONI/9 esitazioni

Se in questa notte io ti penso ad ascoltare...

Già, ti penso ad ascoltare. E mi metto in ascolto.
Sento i movimenti, i bisogni, i respiri, le esitazioni di quello che accade dentro.
Di quello che mi accade dentro.

Le esitazioni. Soprattutto.
Che hanno due facce.

Esitare è il nostro più presuntuoso e velleitario tentativo di fermare il tempo, è il voler procrastinare per non decidere, il voler attendere ancora un pochino crogiolandosi nell'alibi dei dubbi.
E' talvolta il modo più autolesionista di stare sulla soglia: nè dentro, nè fuori. E così non si decide con l'idea di potersi tenere tutto e con l'idea di non dover buttar via niente.

Le esitazioni però possono anche essere benedette, perchè impediscono alla tua impulsività di fare errori.
Ti danno quel pizzico di prudenza che ti salva da baratri da cui poi sarebbe faticosissimo e impervio risalire.

Anche decidere il segno di un'esitazione è complicato. Ci mettiamo accanto un + o un -?
E quanto costa? Me lo posso permettere?

Non so che animale sono. La matematica di certo non è la cosa che mi riesce meglio.
So solo che starmene col fiato sospeso non fa per me.

E intanto alla tv le previsioni del tempo dicono che domani potrebbe piovere: speriamo che domattina lo si sappia di già, mi dà già ansia l'immagine di me esitante davanti alla porta col pensiero se dover prendere l'ombrello o meno.
Uffa!
(ci sta bene uffa a questo punto?)

domenica 6 marzo 2011

Quando l'amore è solo un andare altrove (A Ma Femme - Charles Aznavour)

Lui era sicuro che Lei non l’avesse mai tradito.
E adesso, davanti a tanta evidenza, che avrebbe fatto?
Non era ciò che pensava la gente che lo tormentava. Era proprio che Lei lo aveva tradito nel modo peggiore.

Lui era certo che Lei non l’avrebbe mai lasciato.
E invece l’aveva vista andarsene all’alba -come una ladra- a braccetto di un certo signor cancro.
Sì, come una ladra, quella schifosa: l’aveva lasciato e andandosene aveva rubato anche la sua vita.

Era sempre stato sicuro che sarebbe stato Lui il primo.
In quasi 50 anni insieme ne avevano attraversati di mari agitati, si erano voluti bene ma anche trattati parecchio male, ma questo no, non poteva perdonarglielo.

E adesso, finite le interminabili procedure del caso, salutate tutte quelle persone, tranquillizzati figli e nipoti era lì, solo, in quella casa vuota.

Erano passati pochi giorni dalla processione dei parenti e dei vicini.
Aveva ricominciato a vivere..ma no, non ci riusciva.
Vivere per che cosa? Almeno fosse riuscito a piangere! Neppure quello, era troppo arrabbiato.

E a voce alta, camminando con passo un po’ insicuro, girellava per la casa parlando con Lei: “Prima parlavamo di quello che avremmo fatto, in un attimo ci siamo ritrovati a parlare di quello che era già stato, e adesso con chi parlo che tu te ne sei andata?”.

Si erano conosciuti da ragazzi: Lui ricordava esattamente il momento in cui la vide. Lei aveva un vestito leggero a fiori, lo stesso con cui quella mattina al’alba l‘aveva vista andare via.
Si era vestita bene per tradirlo, la schifosa! Lo aveva fatto seducendo quel bastardo di amante con lo stesso vestito che aveva fatto innamorare lui.

Si era incamminata sorridente, come una che se ne frega di lasciare una vita fatta di piccole sicurezze e piccole abitudini. Se n’era andata guardando il suo amante con malizia, come a sfidarlo: “dai, conquistami…” e aveva lo stesso sguardo di quella sera che poi Lui le aveva dato il primo bacio, sotto un tiglio appena un po’ lontano da uno dei lampioncini che illuminava la balera all’aperto in un caldo giugno chissà di quale anno.

Lui ricordava tutto di quel momento: Lei, il suo vestito, il suo profumo, la sua paura. E poi i papaveri e le lucciole tra il grano di quei campi appena fuori dal paese dove quella sera si faceva festa e si ballava.

Perchè Lui l’aveva corteggiata mesi, e quella sera l’aveva invitata a ballare poi, si era fatto coraggio aveva affrontato lo sguardo malizioso di Lei che pareva dirgli  “dai, conquistami…” e allora l’aveva portata sotto quel tiglio.
Dopo quel bacio era iniziato un viaggio lungo quasi cinquant’anni.

E ora?
Chi poteva immaginarselo che Lei non ci fosse più, che se ne fosse andata in quella maniera. Come una ladra, la schifosa!

C’era rimasto il vuoto in quella casa, un vuoto ormai definitivo.
Perché il vuoto c’era anche quando Lei era lì e i figli ormai erano andati via, e i nipoti cresciuti al punto che ogni tanto passavano a salutare...giusto la domenica.

E in quel vuoto loro due, che ormai si erano detti tutto, non avevano più parole da regalarsi.

Solo discussioni perché lui lasciava le scarpe fuori posto o comprava troppo pane e poi teneva la televisione altissima e Lei non lo sopportava.
Lui invece non sopportava che Lei leggesse a letto, con tutta quella luce che gli impediva di dormire.

Quella sera la figlia e il nipote erano passati a portargli un po’ di spesa. Avevano preparato la cena per lui. Lui aveva sorriso nel salutarli.

Ripensò agli ultimi 50 anni e gli sembrò che fossero passati cinque minuti.
“Maledetto quel vestito a fiori” diceva
“Maledetto quel giugno” imprecava
“Maledetto quel cielo che ora ti tiene con sé” bestemmiava
“Maledetto quel bastardo che ti ha portato via” continuava fuori di sè

Gli sembrava di urlare ma in realtà era seduto su quella sua poltrona lisa con la televisione a tutto volume.

Erano passati pochi giorni dalla processione dei parenti e dei vicini. Aveva ricominciato a vivere..ma no, non era vita e proprio non ci riusciva.
Lo perseguitava l’idea di Lei con quel vestito a fiori, di Lei sorridente che se ne andava con quell’inqualificabile amante.

“Schifosa!” disse forte e finalmente riuscì a piangere.

Un pianto infinito. Nessuno avrebbe potuto misurarne la lunghezza.

Poi si alzò dalla poltrona, andò a metter via le scarpe lasciate in disordine. Non c’era pane avanzato quella sera.
"Meno male", si disse.

Si avviò a letto.
Accese la luce dalla parte di Lei. Si girò come se Lei fosse lì: “scusa per prima, non volevo dirti schifosa, ma è che non dovevi esser tu ad andare, me lo avevi promesso”.

In quel momento sentì la voce di Lei che brontolando gli diceva: "Uhhh, girati e dormi se ti dà fastidio la luce”.

Lui, sorrise, capì che andava tutto bene, che lei lo aveva perdonato.
Chiuse gli occhi.
Si sentì leggero, libero.
Poi fece un sogno lungo 50 anni.




Post-it / 3 aspettative, attese, sorprese

"Le aspettative avvelenano la vita"
Suona su per giù così la conclusione a cui inevitabilmente giungono saggi, filosofi, mistici, poeti, santoni e anche anime sensibili.
Me lo segno e ci rifletto.
L'aspettativa...Già, niente ti avvelena più dell'aspettativa: se viene disattesa senti un bel dolorino, se invece viene appagata non ti gusti fino in fondo la gioia perchè "...te l'aspettavi!"
Anche saper attendere è un arte, perchè dall'attesa spesso nasce l'aspettativa. 
Ma attendere e aspettarsi non è la stessa cosa.
Attendere è necessario talvolta. Il segreto sta nel saperlo fare. 
Bisogna imparare ad attendere il tempo giusto perchè qualcosa accada, si capisca, si trasformi, si apra, si chiarisca.
Le sorprese possono esser belle o brutte, ma alla fine sono il "sale" della vita. L'imprevisto che non vorresti oppure la "serendipity", l'errore fecondo e fortunato, sono quelle "occasioni" che vanno abbracciate perchè ti fanno fare una curva, una deviazione, un salto di gioia, un passo indietro. E ogni volta è un battito di cuore in più. Vita che va.

Oggi è stata una giornata strana.
Aspettavo una missiva, un messaggio, un segnale che non è arrivato. L'attesa è diventata pensiero negativo, quindi ansia e alla fine aspettativa. 
Di conseguenza è stato inevitabile il mio malumore.
Nel pomeriggio mi aspettavano in un posto dove per una serie di imprevisti sono arrivata tardi.
Chiedendo scusa alle persone che erano lì, mi sono seduta di fretta su uno strano cuscino. Sono stata lì quasi due ore... Poi mi sono alzata e Ila, mia bellissima compagna di viaggio, mi fa: "Quello su cui eri seduta è il tuo regalo di compleanno".
Ci avevo messo sopra le terga senza manco accorgermene, tanto non me l'aspettavo. E' stata una gran bella sorpresa. (Anche perchè il regalo è rimasto integro ed è meraviglioso...)
Mi è tornato il buonumore.

A quest'ora della notte posso dire di aver passato il sabato con una aspettativa andata amaramente delusa e una sorpresa inattesa che non ho manco avuto l'attenzione di accogliere come avrei dovuto. 
Il bilancio non è comunque in pareggio. Perchè la prima parte della giornata l'ho buttata via, asfissiandomi con pensieri inutili, pensando con la mia testa i pensieri degli altri, alimentando sentimenti malinconicamente negativi e "succhiaenergia". 
Ma che ne posso sapere dei pensieri degli altri se manco conosco i miei?
Non bisogna sabotare così il nostro tempo. Già, questo lo devo proprio imparare.

Che abbiano assolutamente ragione i saggi, filosofi, mistici, poeti, santoni e anche le anime sensibili di cui sopra?
Siamo qui e ora. 
Le aspettative avvelenano la vita.

ps. grazie meravigliosa Ila!

sabato 5 marzo 2011

Quando l'amore è figlio del silenzio (Enjoy the Silence - Depeche Mode)

Avevano il piacere di scambiarsi due parole ogni giorno, se non altro il tempo di un saluto. 
Li aveva fatti conoscere un amico comune che aveva avuto a che fare con Lei, per un po' e che alla fine era diventato secondario rispetto alla loro amicizia. 
Si cercavano perché si stavano simpatici, si sapevano divertire e ne avevano molta voglia perchè erano grandi ma ancora bambini.

Col tempo il loro raccontarsi era diventato puntuale, almeno per le cose importanti. Quelle belle e quelle brutte. Scambiarsi gli occhi era un bel modo per capire qualcosa di più di se stessi.

Poi avevano imparato a volersi bene davvero.

Erano due tipi diversi.
Lei se parlava, parlava: non aveva mezze misure. 
Parlava tanto. Diceva quello che pensava e spesso si metteva nei guai. 
Ma era così spudoratamente sincera con Lui, che non riusciva mai a mentirgli, neppure quando avrebbe voluto, giusto per indispettirlo un po'.
Per Lei la fiducia di Lui era importante, perchè a Lui affidava i suoi segreti e le sue emozioni più nascoste.
In quel diluvio di parole però Lei sapeva ascoltare con il cuore sia che fosse a lavoro, o in viaggio, o ovunque: per Lui trovava sempre tempo, era una priorità.

Lui era uno che parlava quando stava per scoppiare, o quando era felice, o quando era in vena, perchè aveva la testa sempre piena di pensieri, quattro telefoni e due computer da tenere sotto controllo e non riusciva a conciliare tutto: la casa, la famiglia, il minestrone sul fornello, gli sms che arrivavano, le chiamate che lo distraevano e le mail da controllare.
Però era generoso e trovava sempre un po' di tempo per Lei.

Entrambi avevano una vita complicata e, in una grande città, per loro era difficile incontrarsi fosse anche per un caffè. Erano poche le occasioni.

La loro naturale simpatia era diventata amicizia perchè si erano imparati a conoscere attraverso le parole, e le parole erano divenute il mezzo che creava la loro quotidianità.
E così, quando non c'erano grandi notizie, il loro parlarsi era "convenzionale". 

Per le gioie era tutto facile.

La parte più critica erano i malumori. Ma alla fine avevano codificato un modus operandi anche per quelli
"Come va oggi?" chiedeva Lui.
"Mah, insomma" rispondeva Lei.
"Che c'è di nuovo oltre alla solita lista di guai?" aggiungeva Lui che già era distratto (odiava le lamentele di Lei)
"Le solite cose, niente di nuovo" stringeva Lei evasiva, perchè sapeva già che Lui non avrebbe avuto spazio e voglia di ascoltarla e che avrebbe dato per scontato che quella mattina si era alzata col piede sbagliato.
A quel punto i casi erano due: o si cambiava argomento e si chiudeva velocemente oppure, armandosi di pazienza, prendeva la parola Lui (che col tempo aveva imparato a gestire le ansie di Lei) e sfoderava una lista precisa di domande che non le offrissero modo di "sforare" con le risposte.

Poi c'erano i giorni in cui era Lui quello a terra.
Lei sentiva la sua voce, capiva al volo e si preoccupava. Lui odiava che Lei si preoccupasse perchè aveva pudore del suo "malessere" e perchè ci metteva tanto prima di riuscire a parlarne.
Lei ci restava male e insisteva. Lui si innervosiva. Col tempo però aveva imparato che Lui era così e si era adeguata, o almeno ci provava perchè di carattere non era così "mansueta". Ma per Lui era disposta ad essere "remissiva".
 
Talvolta accadeva anche che non si capissero: interpretavano le strozzature della voce, i respiri, le sfumature, le virgole... 
Ne nascevano tragedie che mettevano Lei ko e agitavano Lui fuori misura.
Sembravano uragani e tempeste ma alla fine erano bufere che potevano esser contenute in un bicchiere. E giù liti, sproloqui, parolone...in quel momento nessuno dei due era disposto a guardare il casus belli per quel che era. In genere una "bischerata".
Così facevano un po' di guerra e poi facevano pace e in quello stupido aggredirsi, alla fine avevano scaricato la reciproca tensione.

Lei dimenticava subito. Lui ci metteva un po' di più ma era sempre il primo a dire "ti voglio bene dai, basta".
Finchè era nervosismo, amen. Ma talvolta arrivavano imprevisti pesanti nelle loro vite.
Accadde che Lui attraversò un momento difficile. Lei fu costretta ad aspettare due mesi in silenzio prima di poterlo davvero "sentire". Aspettò e appena Lui disse "ok sono pronto", Lei portò di corsa il suo cuore ad ascoltarlo. Non ci fu niente da dire, solo abbracciarsi e far festa perchè il peggio era passato.

Accadde che poi fu Lei a veder naufragare la sua vita e Lui appena si accorse che per Lei era un momento nero trovò il modo di correrle incontro. Non ci fu niente da dire, solo abbracciarsi e far festa perchè il peggio era passato.

Quando si vedevano, il proclama: "devo assolutamente parlarti di persona" era già storia. 
Lì si materializzava la stranezza del loro essere insieme.
Si vedevano. Non si dicevano quasi niente, e semmai parlavano d'altro rispetto a quello che avrebbe previsto il loro "ordine del giorno".

Sarà stata la luce nitida e fredda di un pomeriggio d'inverno a render tutto più chiaro.
Dopo una giornata di lavoro, si erano dati appuntamento in un luogo che avevano già frequentato altre volte. Avevano si e no due ore. Erano passati diversi giorni dal loro ultimo incontro e nel frattempo avevano discusso a distanza. Un po' di polvere era ancora nell'aria. Lei aveva alcuni appunti da fargli. Lui si era risentito per cose dette da Lei.
L'incontro sembrava dover chiarire chissà cosa.
Si salutarono. Si incamminarono verso un locale dove non potesse arrivare quel gran freddo e finalmente si potesse parlare. 
Due parole di circostanza, due passi; giusto il tempo di "sbattere" dove non avrebbero immaginato. Non quella sera. 

Capitarono infatti davanti alla porta di un'agenzia che proponeva viaggi. In bella vista le foto di luogo che somigliava a un posto dove a entrambi sarebbe piaciuto andare insieme in vacanza. Ne avevano parlato spesso, addirittura fantasticato. E ne ridevano.
C'era il mare che sembrava di sentirne l'odore, c'era il sole che sembrava rendere più sopportabile quel freddo, non c'erano figure umane. Sembrava una sorta di paradiso terrestre. E solo loro lì davanti. 
In silenzio. 
"E' proprio questo qui" disse Lui
"Si" disse Lei
Finalmente calò la tensione e si abbracciarono. Si erano capiti senza dire una parola provando la stessa emozione, la stessa voglia.

Camminarono ancora. Il silenzio era rotto da commenti assolutamente superflui. Nessuno si attenne a quel che doveva dire, anzi, "l'ordine del giorno" venne proprio dimenticato.
Si fermarono a bere una cosa che potesse scaldarli. Si guardarono in faccia e capirono molto l'uno dell'altra. 
"Il tuo viso non mi piace"  disse Lui.
"Tu sei troppo stanco" disse Lei.
Furono le uniche cose "serie" che si dissero, appropriate ai giorni e ai problemi che stavano affrontando. Farne la lista sarebbe stato perder tempo.
Poi si misero a parlare di vita, e cose, e genti.
Trovarono anche il tempo di far diventare quasi 4 le ore e restare a cena insieme.
Le parole erano superflue. Il loro guardarsi bastava. E tornava il buonumore. 
Si promisero di passare un po' più di tempo insieme. 
"Invitami tu, però" disse Lei. Lui fece il sornione e disse "si".
Quelle volte che era successo si erano saputi divertire anche del niente.

Fu tutto più chiaro.
Alla fine non erano le parole ad unirli, era il silenzio. Un silenzio "pieno", di verità, di sguardi, coccole, piccole attenzioni e tanto calore.
Il calore di abbracci gratuiti. 
Il calore che apriva per loro uno spazio sacro: l'intimità.

Lì, e solo lì, in quell'intimità, avevano davvero imparato a conoscersi e a volersi bene

Ovvero ad accettarsi così maledettamente belli e imperfetti com'erano.
E quell'intimità era figlia del silenzio: univa le loro anime sole per natura, simili e serpentinate, univa i bisogni delle loro carni nate per la gioia, comunque resistenti alle intemperie del vivere e affamate di carezze. 
Per poche che fossero le occasioni, bastava ricordare che oltre le parole, sopra alle parole, dentro alle parole, c'era il silenzio della presenza, del sentirsi "insieme".
E in quel guardarsi muti l'intimità si faceva pane buono, che bastava a toglier la fame e dare un po' di pace.
Era quello un dono che doveva essere difeso dai pregiudizi, dalle sovrastrutture, dalla cecità del mondo che pretende ruoli definiti. Doveva esser difeso anche dalle loro paure, dalle loro insicurezze, dalle loro infedeltà. E questo spettava a loro.

Erano due anime fortunate. Perchè si erano trovate e incontrate.

E forse, anche questo poteva chiamarsi amore.





giovedì 3 marzo 2011

Post-it / 2 ispirato a Piero Ciampi

"vive male la sua vita
ma lo fa con grande amore"

Tra un anno ed una notte, tra un bacio e un addio.
Il tempo che ci incalza. Chi arriva, chi se ne va. 
Sesso e bisogno sostituiscono l'amore. E si va avanti così, tra voglie e disillusioni. Con la necessità di "conquistare" per sentirsi vivi, sentirsi riconosciuti, sentirsi qualcosa e/o qualcuno.
E di tentativo in tentativo abbiamo un passato, il presente già non è più. E domani sarà presto trascorso.
Sempre più soli, sempre più poveri.
Resistenza e disfatta. E ancora dalla disfatta alla resistenza.
"Te lo faccio vedere io chi sono

E su e giù, e su e giù, per un grafico che oscilla come la terra sotto i piedi.
E non sai a cosa aggrapparti.
E non c'è nessuno di quelli che dicono di esserci.

"Cara, la tua mano è così piccola, mi sfuggirà sempre"

mercoledì 2 marzo 2011

RIFLESSIONI/ 8 primo marzo

giornata di riflessioni.

risposte?

blowin' in the wind (versione del mio Boss)

mica si può capire e spiegare ogni singola cosa...siamo fatti di cervello ma anche di carne e sangue e cuore




domenica 27 febbraio 2011

RIFLESSIONI/ 7 notizie

Capita che una domenica piovosa arriva una notizia.
Una bella notizia che proprio non ti aspettavi e non immaginavi.
Senti la felicità delle persone cui stai capitando un "meraviglioso imprevisto", senti che tutte le difficoltà e tutte le preoccupazioni che vivono di conseguenza, alla fine passano in secondo piano.

Ho un gran pregio: non sono mai invidiosa o gelosa della felicità altrui.
E quindi (nonostante la mia testa sia adesso piena di pessimi pensieri) faccio spazio e mi godo di riflesso un po' della loro gioia.

La vita sorprende sempre, nel bene e nel male. sia quando ti usa e ti getta, sia quando è generosa e prodiga.
La vita talvolta somiglia ai volti di certe persone che incontri e che sono volti belli, e che sono volti brutti.

La fregatura è scoprire che un bel volto alla fine è solo una maschera che nasconde brutture.
La bellezza è scoprire che poi chi immaginavi diavolo non era così brutto come lo si dipingeva.

Ci sta il pane e la sassata.
Per me è indubbiamente tempo di sassate.
Meno male qualcuno spezza il suo bel pane e me lo offre.
Ringrazio perchè sono davvero grata e sorrido per tanta dolcezza e naturalezza.