giovedì 31 marzo 2011

FuoriModaFuoriTempo / 4

Trattate con leggerezza le rughe del volto, ma prendete molto sul serio le rughe del cuore.
Così leggevo. E riflettevo. Affermazione fuori moda.

Pensavo ad Anna Magnani che prima di una delle sue ultime interviste, intimava a chi la imbellettava: "per carità, non nascondetemi le rughe, ho impiegato una vita a farmele venire!"
Fuori moda e fuori tempo anche lei... ma capperi che affermazione!

La vita. Le rughe del volto raccontano la vita. Le trovo belle, vere, coraggiose. Umane e calde in un mondo di plastica. Parlano del tempo che hai avuto, dicono di come lo hai usato, quel tempo.

Le rughe del cuore non riesco proprio ad immaginarle. Un cuore con le rughe non ce la fa, è vecchio, è provato e non ci sono medicine, non c'è chirurgia plastica.
E' "vizzo" come si direbbe dalle mie parti e un cuore "vizzo" non ha nulla da dare.
Può avere cicatrici, ma quello è un altro discorso.

Il cuore non invecchia, o meglio, non dovrebbe invecchiare.
Altrimenti non ci son versi, si muore. Anche se i battiti restano 60/65 al minuto.

Lo immagino un organo che si adatta all'età, al tempo che passa. E che se ne frega delle rughe della pelle. Perchè lui è capace di continuare a battere leggero.
E per consumare fino in fondo un qualunque sentimento ci vuole un cuore sempre giovane e pronto al cambiamento, all'imprevisto, alla scoperta. Pronto anche a soffrire, senza paura se deve immergersi in dolori e malinconie ma sempre fiducioso nel lasciare che il tempo lo riporti a galla.

Perchè è pure vero che quello che non cambia in 10 anni può cambiare in 10 minuti. Per questo ci vuole un cuore tonico, elastico, veloce, adattabile, fiducioso

Che arrivino pure le rughe del volto, ma vade retro alle rughe del cuore.
Al di là di chi va e di chi resta, al di là di chi ti vuole o non ti vuole, al di là di chi ti ama o non ti ama, al di là di ciò che fai bene e di ciò che fai male. 
Tu resti.
E se resti con la voglia di restare è perchè il tuo cuore è ancora privo di rughe.
Ecco perché meglio investire in balsami per il cuore che non in creme miracolose anti age per il viso.
E forse la medicina più miracolosa per evitare le rughe e l'invizzimento del cuore è proprio aver voglia e scommettere ogni giorno di essere, e di esserci.
Accada quello che deve accadere, prendiamoci cura del nostro cuore.
Prima sentire, poi provare.

mercoledì 30 marzo 2011

CONSIGLI NON RICHIESTI / 2 attenzioni

vi ricordo che: IO SONO UN ESSERE UMANO

L'ho scritto bello grosso, perchè fossi in voi ci fare attenzione.

ps.
sono dotata di sensibilità, sentimenti, malinconie e sono del tutto disarmata
ho le parole, i pensieri e al bisogno sono armi pesanti
poi ho i silenzi e lì son *azzi, perchè?
perchè quando ci sono sono ingombrante ma quando non ci sono più dopo un po' manco di brutto

RIFLESSIONI 13/ animali (in gabbia)

Siamo animali e neppure così evoluti come talvolta ci piace di credere.
Agiamo secondo convenzioni ma di fondo restiamo animali. 
Anzi, più neghiamo la nostra parte animale, più questa riemerge prepotente da ogni poro.

Reprimere istinti, voglie, desideri per buona educazione nuoce gravemente alla salute.
Ma viviamo in una "civiltà evoluta" e nessuno lo insegna, anzi. 
Guai a fare i "cattivi". E giù regole.

E allora vedi l'umanità che abita questa "civiltà del presunto benessere" non tanto concentrata nel capire chi è e dove va, ma soprattutto impegnata a compensare la repressione con vizi, abusi, trasgressioni. 
Ma anche peggio: impazzire fino a compiere atti delittuosi e orrendi. 

Intendiamoci: io non credo affatto che sia tutto lecito. 
Dei limiti ci sono e devono esserci. 
Il limite sacro è il rispetto dell'altro e dell'esistenza tutta.
Ma il limite della decenza, del decoro e quale sia il modo del rispetto lo stabiliscono la natura e la natura delle cose. 
Non le nostre buone, presuntuose, e sempre più in-civilissime maniere.
Non i nostri pensieri del "farò bene, farò male, farò niente così non prendo impegni".
Basterebbe osservare, poi ascoltare la nostra voglia di essere e semplicemente essere, perchè sono convinta che sotto le regole, le repressioni, la rabbia, le frustrazioni, il moralismo c'è in tutti un seme più o meno sviluppato di bellezza, un granello di eternità, un soffio di meraviglia, un istintivo amore verso la propria sopravvivenza e lo stare bene. 

Alla fine, direbbe Ilaria: "tutto in natura tende all'armonia", se non ci fossimo noi con le nostre teste malpensanti che, dal microcosmo della nostra anima al macrocosmo dell'anima mundi, stiamo lì a fare e disfare, architetti di mirabilanti inutili avventure messe in atto giusto per buttare un po' di tempo prezioso e creare caos.

Già, ma come si fa ad ascoltare la nostra voglia di essere che oggi è così domani magari cambia? Dove si impara visto che ovunque ci insegnano il contrario?
Io non ho sicurezze, non so scegliere manco come voglio mangiare la pizza, figuriamoci se sono rigorosa e coerente nell'agire. 
Mai stata.
Però son quasi persuasa che bisogna partire dall'istinto. Dalla pancia. 
A costo di fare o dire cose nel momento più sbagliato per noi e gli altri. Nella verità, abbandonando l'uso insopportabile di strategie e seguendo l'odore, il tatto, il gusto.
Almeno nel relazionarsi al prossimo, bello o brutto che sia.

E questo, scritto da una signora che ha ancora addosso un aderente tubino nero (semplice ma elegante) e un bel tacco 12, suona quantomeno stonato.
Ma è stato proprio stasera, quando mi "addobbavo" così, che mi sono sentita scomoda. Un animale in gabbia. 
Però la serata aveva un preciso dresscode e tale addobbo era richiesto (ma quante puttanate ci si inventano eh).

Verso la fine della serata infinita, davanti allo specchio grande dell'antibagno del super locale tres chic che mi ospita, mi vedo in una gabbia. 
Certo è una gabbia che può fare la sua figura (alla fine me la son scelta e l'ho pagata), ma sotto il vestito, i collant, e dentro le scarpe tutto urla vendetta. Stasera mi sento "scomoda".

Mentre son lì da uno dei piccoli bagnetti riservato alle signore, arrivano rumori inequivocabili. C'è per forza un maschio.
Mi dileguo come un gatto senza battere il tacco sul pavimento. Non vorrei mai disturbare e non son fatti miei se quei due (? o più, che ne so) si riscoprono animali proprio lì. 
Anzi, è un sollievo.
Mi chiedo: "ma questi vestiti li hanno inventati per le femmine che sotto sotto desiderano farseli strappare via dai maschi?".
Mah, sarebbe uno spreco di denaro e poi anche adamo ed eva erano nudi.
Però ci "travestiamo" e recitiamo la parte che più ci piace. O la parte che gli altri si aspettano che noi recitiamo.
Chissà quella donna ansimante come si era "addobbata". 

Ancora un po' di chiacchiere e guardando mi è inevitabile capire anche chi erano quei due. Clandestini ovvio. Lui è fuori a fumare (ha tutti i vizi, per la miseria) lei è tornata al tavolo e parla con l'amica di vacanze con il rossetto appena messo su.
Li guardo e penso che li preferivo animali. In quel bagno. Veri e ansimanti e chissenefrega del resto del mondo.
Ah, lei ha un abito elegante di stoffa leggera. Una fantasia a fiori delicati. E sembra felice. Mi sta simpatica. 

Abiti di scena, per la rapresentazione di stasera.
Ogni tanto immagino la Vergine Maria con addosso jeans attillati e stivali alla coscia. Oppure Budda con un bel chiodo in pelle nera e consunta.
Forse ci potremmo abituare a questo look, ci siamo abituati a considerare costituzionale il bunga-bunga.
E allora ogni abito di scena va bene.
Dall'intellettuale trasandato alla signora che veste solo alta moda. Dal ragazzino "alternativo" al giovinotto rampante in doppio petto.
Abiti di scena per fantasmi.
Anche io adesso sono un fantasma con un aderente tubino nero che ha una particolarità molto ricercata: una manica in tulle trasparente e l'altro braccio nudo.
La parte che sta meglio (nonostante il freddo) è senza dubbio il braccio nudo, pallido da far paura ma nudo.

E' stata una giornata lunga. 
Respiro e slaccio la scarpa.  
Per oggi la recita è finita.
Tra poco sarò sotto la doccia e poi dentro a un largo pigiama. 

Per essere davvero quella che adesso sento di essere, dovrei vestire solo di acqua. Pettinarmi di acqua. Truccarmi di acqua.
La mia parte animale dice che avrei bisogno di meno forza di gravità, e assoluta libertà di movimento.
Ma non mi sento un pesce, piuttosto mi sento un alga. 

Che questi miei pensieri siano già il frutto della pioggia giapponese radioattiva che mi è caduta in testa?

martedì 29 marzo 2011

***bastano circa 36 ore

Bastano circa 36 ore.
Basta un panorama che cambia.
Basta che ti ti affidi a quello che senti e sia quel che sia.

Ti trovi a parlare con gli occhi. Con le mani.
Non sai se vieni capito o no. Ma a questo non ci pensi.
Per il momento hai finito le parole. O meglio, le parole non riescono a descriverti o perchè son troppo faticose o perchè son troppo dolorose.
Alla domanda "come va?" sai rispondere solo "male". Quindi glissi, eviti, sorridi, taci.

Ti senti fredda, ti chiedi: "non ho più voglie, non so dove andare, sono solo stanca e basta. Che io sia già morta?"

Cerchi qualcosa che possa somigliarti, qualcuno che possa "sopportarti".
Cerchi minime, esistenziali, basilari, concrete certezze: pelle da carezzare, occhi da guardare, parole che possano distrarti. Per provare ad andare altrove (almeno per un po', almeno per circa 36 ore).

Mi chiedo poi cosa penseranno gli occhi che ti hanno osservata strana, cosa avrà provato quella pelle che hai sentito la necessità di carezzare. Magari imbarazzo. O forse piacere. O forse fastidio.
Il fatto è che tu cercavi solo la conferma che "l'essere umano vivo" è caldo. Non nel senso di "focosità", "ardore", "passione". Nel senso di temperatura. Circa 36 gradi.
E poi respira, più o meno regolarmente.
E ha un cuore che pulsa. Ne senti i battiti.
Ha occhi con cui ti guarda.
Ha parole con cui chiede o racconta.
Ha fame.
Ha sonno.
Ha voglia di divertirsi.

Ti senti già meglio: intanto hai avuto la conferma che la vita passa da automatismi indispensabili, piccoli gesti, grandi attenzioni di cui avevi perduto coscienza.
Ne eri "immemore" come direbbe una mia amica.
Non riuscivi più a vederli né in te, né negli altri.

Che fortuna trovare una sorta di beauty-farm dove perderti del tutto e poi ritrovarti almeno un po': dopo ci sono gli stessi guai di prima, ma con 36 ore di benessere addosso che hanno ricaricato le batterie.

E non solo!
Capita che sei fortunato. Si crea l'atmosfera adatta e in questo tuo momento di "smarrimento", vieni sorpreso da epifanie.
Ti trovi a parlare di qualcosa che non sia la tua vita, ma la vita di altri. Scopri che sei stato capace di guardarla con attenzione. Parli dei progressi che hai visto fare: bei passi avanti.
E sei felice, davvero profondamente felice, di provare amore per qualcuno che sta crescendo, che si sta evolvendo. E anche se ancora il viaggio è lungo, vedi che rispetto ad un mese fa, a un anno fa, a un giorno fa, di strada ne ha fatta tanta. E tu ne scorgi la bellezza, capisci che da lì nasce pace, serenità.

E' una "benedizione" viaggiare con qualcuno che ti cammina accanto con affetto sincero.
Perché anche quando tu sei nel buio più buio, accorgersi che l'altra persona sta andando ben spedita verso una qualche luce, ti rende orgoglioso di avere un compagno di viaggio così in gamba, ti conforta, ti fa felice.
Davanti a un piatto etnico che non avevi mai assaggiato prima, riscopri che anche tu hai fame, che anche tu hai parole, che anche tu respiri.
E vedendo che c'è chi si evolve, dimentichi il tuo essere fermo nel fango e pensi che l'evoluzione è un diritto/dovere anche per te.

Non so cos'è l'amore. L'ho detto e ripetuto.
Però credo che -qualunque cosa sia - serva anche a questo.
Penso che guardare un figlio che cresce e riconoscerlo oggi più adulto di ieri, sia cibo per la tua crescita. Penso che guardare un amico che guarisce, sia medicina anche per te.
Penso che ascoltare qualcuno che ha salutato un po' dei suoi fantasmi, serva a far sparire anche le tue paure. Penso che apprezzare l'umiltà di chi riconosce i propri limiti e le proprie eccellenze, sia nutrimento per la tua umiltà, i tuoi limiti e le tue eccellenze.
Penso che riflettere sulle parole che usano gli altri per descriverti (azzeccate o meno che siano), sia fondamentale per imparare ad usare le parole giuste per parlare agli altri.
Penso che onorare anche il più piccolo sforzo che fa chi ti vuole bene per venirti incontro e, di conseguenza, perdonare le sue mancanze, sia il modo più naturale, semplice, dovuto e bello di dire un grazie che non è di forma, ma di sostanza, perchè nasce dal cuore.
Già, quel tuo cuore inguaiato che è ancora lì nel buio ma che (fosse anche per 36 ore), hai sentito battere forte. E lo hai sentito parlare.
E ti ha detto che se la vita di chi ti vuole bene è serena, è più serena anche la tua.
E ti ha detto che se chi ti sta vicino è felice, sei più felice anche tu.
E ti ha detto che se quel cibo che non amavi ti è offerto col cuore, diventa buono.
E ti ha detto che persino le parole che più possono ferirti se sono dette con amore, sono parole preziose.

Poi viene il tempo di ripartire. Già. Verso dove? Guardi ovunque: non c'è niente che ti sorride.
Non ti sta sorridendo neppure un angolo di cielo perché piove che manco la macchina ce la fa a marciare sull'asfalto (e sì che è bella grande!).

Però decidi di non affogare subito sotto tutta quell'acqua. E respiri quel poco di ossigeno conquistato in 36 ore circa: hai ancora addosso l'odore di chi, con un abbraccio ti ha detto che prima o poi un ombrello lo si trova. Non c'è acqua che può tirar via quel profumo.

Così, se il cielo non ti sorride, lo guardi e gli sorridi tu...qualcuno deve pur cominciare!
E ne hai di che sorridere, pur in apnea e dentro il fango!
Pensaci: hai fatto una grande esperienza, in appena 36 ore.
Sì! Perché perdersi, uscire dai propri pensieri e calarsi nella vita di qualche altro che ti apre il cuore e ti dice di sé delle sue conquiste e delle sue paure, delle sue fatiche e delle sue certezze, delle sue delusioni e dei suoi sogni è incontrare di nuovo il calore della vita. La passione per la vita.
Quella vita che ti sembrava di non sentire, di non avere più addosso.

Piova pure quanto gli pare: per queste 36 ore è stato tutto sorprendente e meraviglioso.
Piova pure quel che deve piovere: anche se lo metterai in dubbio altre mille volte, la vita è bella comunque.
E tu hai una gran fortuna: hai qualcuno che è lì a ricordartelo!

Grazie

Getting crazy on the waltzers but it's the life that I choose




lunedì 28 marzo 2011

CONSIGLI NON RICHIESTI /1 buttatevi!

Avete mai provato a fare una cosa che vi si presenta all'improvviso e che non vi saresti aspettati che accadesse?

Consiglio di una fifona ed eterna indecisa: BUTTATEVI, e sia quel che sia!

Sì!
Se vi dovesse capitare, buttatevi. Di certo non si può sapere prima come andrà a finire, ma magari vi capita (come è successo a me) che sia una piacevole sorpresa. Sempre meglio dire ho sbagliato che pensare a come potrebbe essere stato.

Eh già, direbbe quello che canta, c'è sempre di che stupirsi!

sabato 26 marzo 2011

Quando l’amore nasce dall’orrore (Smisurata preghiera – Fabrizio De Andrè)

Lei aveva avuto pochissimo dalla vita ed aveva appena sette anni.
Giusto  una madre e neppure troppo presente. Tant’è che dopo quanto era accaduto pensò bene di lasciarla sola perché lei, la madre, aveva troppa vergogna.
Tutti lo sapevano, tutti la scansavano, tutti la guardavano con pena e disgusto. Era come se il dolore diventasse schifo negli occhi degli altri.
Dalla sua parte la nonna, che viveva per far sì che Lei potesse dimenticare.
Già, dimenticare.
Dimenticare quel pomeriggio che aveva avuto il permesso di andare al luna park con i due vicini di casa. Due signori rispettabili, umili ma rispettabili, padre e figlio.
I soldi erano pochi e trovare chi poteva offrire a quella bambina un po’ di svago era sembrata una bella occasione. Dopo la scuola infatti i suoi pomeriggi erano trascorsi con la nonna a fare pulizie per i piccoli condomini popolari della piccola periferia di quella piccola città.
E fu così che, felicissima, quel pomeriggio partì con i suoi macellai per andare al luna park, vero avvenimento cittadino di fine primavera.
Quella sera non tornò a casa.
Fu trovata molte ore dopo dalla polizia ancora svenuta in una piccola stanzetta dove i giardinieri riponevano gli attrezzi, ricavate a margine del parco pubblico che ospitava il luna park.
Lei non era solo svenuta: era letteralmente sventrata.
Violentata al punto di non avere più un ventre.
Per i due animali un processo e qualche articolo nella cronaca cittadina (allora se ne parlava poco).
Per Lei interventi di chirurgia e poi di chirurgia plastica.
Infine, con il ventre pieno di cicatrici la vita era salva, ma la prospettiva era quella di diventare una donna che non avrebbe mai potuto passare la vita.
Non avrebbe potuto essere madre.

La nonna aveva fatto di tutto per farle dimenticare quella terribile carneficina che non sapeva neppure raccontare, capire, credere vera. La madre era scappata per la vergogna e forse in quel momento il trauma più grave da superare per Lei fu questo.
Pensò che fosse per colpa sua che la mamma l’aveva abbandonata. Per quella cosa che era accaduta, perché era stata male e aveva passato tanto tempo in ospedale. Perché non veniva considerata come gli altri bambini.

Poi era cresciuta mettendo i sensi di colpa e la disperazione dell’abbandono in un angolo segreto del suo cuore e della sua testa.
Non ci pensava più ed era come se non ci fossero.
Era bellissima e se accorgeva ogni giorno tanti erano i suoi corteggiatori.
Ma era una ragazza da “evitare”, così dicevano le madri degli altri. Anzi: “una famiglia (quel poco che aveva di famiglia) da evitare”. Lo diceva "la maggioranza" dei benpensanti.

Crescendo conosceva persone nuove che non sapevano, non erano di quel quartiere. Ai ragazzi che incontrava però non raccontava il suo passato.
Teneva segreta la sua infanzia. E lo faceva senza sceglierlo, semplicemente perché gli veniva “naturale”.
Sembrava davvero aver dimenticato.

Poi, dopo un po’ di esperienze, incontrò un ragazzo che le fece battere il cuore. Lo sposò. E miracolosamente, senza manco cercarlo, senza fare fatica, ebbe da lui un figlio.
Lo crebbe in grembo con paura. Sapeva di rischiare molto. Ma decise di fidarsi della vita.
Nacque: bellissimo, perfetto.
Le sembrò chiaro allora che “quel niente che non ricordava”, non era mai accaduto.
La prova era quella meravigliosa creatura che aveva dato alla luce.

Dopo un po’ di felicità furono però i ricordi ad affiorare. Di fatto le sembrava di essere troppo felice e di non meritare quella felicità.
Non meritava neppure quella meraviglia di figlio che – era certa - avrebbe pagato per il passato che l’aveva tanto segnata.
Lei era la donna delle cicatrici e presto anche il cesareo divenne una sorta di “peccato” da scontare.

Fu infatti con l’accusa di essere diventata madre e aver iniziato a trascurare il marito che dovette sopportare nuova violenza.
Lui, che si era sentito come messo in secondo piano rispetto al figlio, iniziò a giocare col sesso. Anche con estranei, fino ad esagerare. E quando Lei si rese conto di cosa stava accadendo ebbe il coraggio di rifiutare anche lui.
Fu l'ennesima prova del fatto che Lei non meritava la felicità.
Una sorta di “condanna”. Di “destino” ineluttabile il suo.

E la sua testa iniziò a suggerirle altre “soluzioni”. Alcool, farmaci. Fino ad arrivare in fin di vita per due volte in ospedale.
Poi una lunga terapia per imparare ad amarsi un po’. Almeno un po’.

E questo le richiese tanta forza: dovette tornare a quel pomeriggio, rivivere quello che aveva già vissuto e cercato di sublimare, per scendere fino in fondo, dentro quell’orrore infinito e poi finalmente risalire. E provare a chiamare le cose col loro nome. Senza più giudicarsi o peggio sentirsi colpevole.

I medici l’avevano aiutata, ma fu Lei e solo Lei che decise di farcela.

Continuò ad essere madre, lottò per riuscire ad “esserci” sempre e comunque per suo figlio.
Trovò un lavoro nuovo e un po’ di pace.
Un giorno incontrò un uomo nuovo. A dire il vero ne aveva incontrati tanti, perché era sempre bellissima, ma non li voleva neppure più guardare. Non le interessavano. Non le piacevano.
Quel giorno però ebbe il coraggio di puntare il suo sguardo dritto negli occhi di quell’uomo.
E le parve così tanto dolce che a lui confidò subito tutto.
Lui l’accolse. L’abbracciò così com’era. Senza paura, senza schifo, senza giudizio, con amore.

Lei si trovò davanti a un fatto nuovo.
Bastò un abbraccio e capì che quella era casa sua.
Provò per la prima volta a mettersi in gioco davvero.
Disarmata come sempre era stata, ma stavolta sentiva di non essere davanti a un assassino.
Lasciò andare le paure del passato e provò a fidarsi ancora della vita.
Una vita che fino ad allora le aveva lasciato solo cicatrici. L’unica sopportabile col tempo era tornata ad essere quella del taglio cesareo.
Fu grazie a quel “di nuovo fidarsi” che iniziò a vivere la sua vera vita.

Era sopravvissuta a tutto.
Adesso sapeva che ce la poteva fare.

E mai fu bella come in quel momento, il momento in cui ancora e di nuovo e in piena libertà disse il suo SI alla vita.
La sua vita, nonostante tutto e tutti, finalmente.

che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere






venerdì 25 marzo 2011

Quando l'amore è libertà da conquistare (Io e il mio amore - Paolo Benvegnù)

Fosse nato in altri tempi, Lui avrebbe potuto definirsi un "conquistatore".
E di mondo ne aveva conquistato.

Quando era molto giovane aveva lasciato la sua casa con le relative comodità. Era partito all'avventura con una laurea importante in mano, ma non l'aveva mai sfruttata in maniera tradizionale: il lavoro se lo era letteralmente inventato. Di città in città. Di esperienza in esperienza.
Questo aveva comportato anni di sacrifici, di cambiamenti, di precarietà. E di fatto la precarietà era diventata uno stile di vita. 
Anzi, un amato stile di vita. 
Una sorta di "libertà": sì, perché nella precarietà, tutto era sempre possibile.

Col tempo però ne aveva fatta di strada ed era molto stimato. 
Era diverso da quelli che gli stavano accanto: Lui era vero. E per questo era richiesto. Era affidabile. Era onesto.

La passione lo aveva guidato sempre. Era la sua bussola.

E adesso alla soglia della mezza età, ancora amava muoversi sulle ali della passione e amava sentirsi precario. 
La precarietà era la sua migliore amica, era il modo più facile per non dover mai pensare di aver raggiunto la mezza età.
Perché là dove tutto è ancora indefinito, tutto è ancora "giovane". 
Così, sebbene fosse la primavera della sua mezza età, a Lui sembrava primavera e basta.

Aveva tre case, ma sognava di averne una in ogni città dove si trovava a soggiornare. 
Aveva avuto donne importanti a cui era stato legato con fedeltà, ma non aveva mai smesso di desiderare le altre. E infatti, prima o poi, le sue storie finivano mentre altre ne iniziavano.
Non era bello, ma aveva un fascino pericoloso.
Anche in amore era un "conquistatore": dava l'impressione di essere affidabile, solido, concreto ed era questo che attraeva le ragazze già dai tempi del liceo. In realtà sapeva come scappare al momento opportuno. Ma non per cattiveria, per "salvarsi".

E adesso le ragazze che attraeva erano su per giù coetanee deluse dalla vita, che cercavano una sistemazione. E le relazioni si erano complicate al punto da non averne più così tanta voglia...
Lui, pieno di progetti, di sogni e di avventura, si meravigliava di non trovare donne con cui instaurare storie "facili", senza complicazioni e conseguenze (anche se poi a pensarci bene, in tutti quegli anni non le aveva mica trovate così tante...valle a capire le femmine!)

Innamorato dei suoi ormoni primaverili, ogni volta si innamorava di qualcosa. 
Non necessariamente di quella Lei "tutta intera" che passava di lì: di una le piacevano gli occhi, di un'altra la spiritualità, di un'altra le gambe, di un'altra la leggerezza e così via.

Ma queste erano, "di passaggio" e Lui lo diceva. 
Perché era sincero e perché da bravo romanticone, sognava ogni volta l'amore perfetto. 
Anche all'epoca delle esplorazioni più spregiudicate, non si avvicinava alle donne con fare da Don Giovanni.
Non era mai stato un Don Giovanni: il suo stile da "conquistatore" faceva piuttosto leva sulla timidezza, sulla sensibilità, sulla dolcezza. 

Timido e serio. Educato e dolce. Passionale e emozionante.
Di base sanamente egoista.
Non disdegnava e non aveva mai disdegnato di piacere, di misurare quanto poteva piacere e infine cogliere il piacere.

Dopo relazioni effimere, relazioni tormentate, relazioni un po' felici e presto naufragate nella noia, relazioni immaginate, relazioni idealizzate e mai vissute, si ritrovava serenamente solo.
Lì, all'inizio della primavera della vecchiaia, da solo. 
Ancora convinto di potersi costruire l'amore perfetto.
Quello che per definizione non esiste.
Ma siccome si era costruito tutto, era tenacemente convinto di potersi costruire anche quello. 

Aveva costruito case, lavoro, soldi, affetti, amici, non aveva costruito la sua Lei.
Quella Lei perfetta che ancora aspettava ma che, sotto sotto, ogni tanto aveva il dubbio di volere davvero.
Non aveva avuto figli e a questo ci pensava. Alla fine aver figli sarebbe stato un modo di sopravvivere alla morte e dare soddisfazione ai suoi che avrebbero potuto finalmente pensarlo "sistemato".

E questo era il suo "nodo".
C'erano stati rapporti nella sua vita che potevano essere coronati da figli, ma di fatto non aveva voluto. C'erano state donne importanti dalle quali non si era mai del tutto staccato pur decidendo di non viverci insieme. C'erano state donne perfette che poi non aveva voluto.
Però non aveva perduto nessuna delle sue donne importanti. Alla fine era rimasto una sorta di "super amicone" di tutte così, per una sorta di "voler bene" universale e per sentirsi in pace con la sua coscienza, eternamente indecisa tra il vorrei, non vorrei, ma se vuoi. 

Insomma, anche negli affari di cuore, dopo tanta irrequietezza e trasgressione adesso era decisamente più calmo, comunque tormentato tra l'indomita naturale passione che lo faceva sentire un ventenne e la necessità borghese di essere "maturo", "posato".

Si chiedeva talvolta il perché. Ma non perdeva troppo tempo a pensare... era un ventenne...

Poi fu un fatto apparentemente banale a farlo riflettere.
Una sera, a cena, ascoltava i pianti di un caro amico tradito e abbandonato dalla moglie che oltretutto, tentava di metter di mezzo la loro figlia.
Lo guardava non darsi pace. Lo vedeva stare malissimo. Non sapeva cosa dirgli. 

Lui poi, che figli e moglie non ne aveva mai avuti! 
Già perchè? 
Forse non c'entrava niente la sua libertà, il suo volersi non assumere responsabilità così importanti.
Gli balenò un pensiero in testa.
Non sarà stato il fatto che lui, pur andandosene da casa, facendo esperienze di ogni genere, vivendo e amando la sua vita, non era mai riuscito ad esser figlio?
E se in questo suo eterno volere e non volere, esserci e scappare, la vera posta in gioco fosse stata la sua identità mai del tutto abbracciata, accolta, accettata e riconosciuta?
Aveva ancora bisogno di un padre e una madre, pur non avendone "nel quotidiano" mai avuto bisogno?

Al pensiero provò imbarazzo, vergogna: Lui così caparbio e indipendente e libero voleva ancora essere figlio. Aveva proprio bisogno di esser creato e riconoscente per questo con fatti concreti ai suoi genitori. E chissà se loro avrebbero potuto, capito, immaginato...

Si versò del vino. Bevve mentre l'amico raccontava della moglie, del suo amante e della figlia...ma per un po' non sentì nulla. 
Solo un forte senso di inadeguatezza e di colpa.

Anche Lui aveva una Lei che lo teneva in scacco: la sua colpa.
Lui non era stato figlio abbastanza.
Ma non era colpevole verso la sua famiglia dalla quale anzi, era adorato. 
Era colpevole verso sé stesso. E tutto quel suo prendere amore senza troppo dare, senza sporcarsi le mani, era la punizione che si infliggeva da anni.
Di fatto anche questa era precarietà e serviva, non a fuggire al tempo che passa, ma dalla responsabilità di darsi a qualcuno. 

Prendeva dalle sue donne, poi si dileguava, poi si colpevolizzava. E con la dolcezza del rimpianto, di un sottile rimorso le teneva comunque vicine. Le "proteggeva".
Così come aveva fatto rispetto ai suoi genitori. 
Non riconosceva fino in fondo i suoi rapporti con le donne, perchè non aveva riconosciuto del tutto il suo rapporto di figlio. E ora che Lui era nella primavera della sua mezza età e i suoi si avviavano verso l'inverno aveva paura. 
Perché la sua paura era di perdere per sempre se stesso con loro.

Ci sarebbe stato di che riflettere su quel cordone ombelicale ormai secco, consunto, inutile.

Meglio bere un altro bicchiere di vino e consolare l'amico pensando: "meno male non ho moglie nè figli...guarda come ci si riduce".
Scacciò la tristezza e il nero di quei pensieri. 

In cuor suo aveva capito che l'essersi conquistato ogni libertà, gli aveva permesso di costruirsi un alibi perfetto per la sua prigione.
Lui, infatti, che era libero di ogni libertà, non si concedeva la libertà di amare. 

E sarebbe stata forse quella la Lei perfetta da trovare e conquistare al più presto, magari prima che arrivasse l'inverno.