mercoledì 28 settembre 2011

FuoriModaFuoriTempo / 11

Non sopporto il fumo.
Il fumo di chi fuma, il fumo di ciò che brucia e il fumo di ciò che è bruciato, il fumo negli occhi e il fumo in gola.

Non sopporto il sapore di fumo, neppure quando è dolce come quello di certi narghilè che si trovano ancora nel Medio Oriente vero, quello trafitto dalla guerra.

Di conseguenza non sopporto l'odore di fumo che ti si appiccica addosso come una pelle sporca che devi proprio lavarti per mandarla via e tornare a respirare.

Non sopporto neppure i venditori di fumo. Nè quelli da quattro soldi che li riconosci subito, nè quelli abili e ben avvezzi a far sembrare tondo quel che è quadrato.

Non sopporto le cortine fumogene, quelle che puntualmente alza chi deve nascondersi, difendersi, sparire in una nebulosa nera.

Non sopporto i segnali di fumo, troppo deboli e flebili in quest'era iper tecnologica e comunque da sempre fraintendibili, interpretabili, ambigui a seconda del vento.

Il vento.
Ecco, invoco il vento.
Che si portasse via tutto questo maledetto, puzzolente e inutile fumo.
Che rendesse limpido l'orizzonte e che ci portasse in salvo, finalmente.

martedì 27 settembre 2011

Perché? / 9

Perché libertà e amore stanno bene insieme solo nella teoria?
Perché non si crede mai a una donna per quel che e' ma le si crede solo sulla base di quel che ti da'?
Perché se una donna si offre senza condizioni vale subito meno?
Perché ci hanno insegnato a giudicare prima ancora che ad accogliere e a voler bene?
Perché se una persona si interessa di un'altra deve farlo sempre in malafede, mentendo e soprattutto avendo secondi fini?

lunedì 26 settembre 2011

Confessioni di un'anima che pensando alla fine scopre l'inizio

Sono nata in una nuvola di borotalco e baci e coccole. Ero nutrita di latte e amore.
Era bello ricevere, alla fine quasi noioso.
Sono stata da sempre così al centro del mondo, che per me è stato naturale vivere pensando di essere il centro del mondo.
E così sono diventata naturalmente prepotente, arrogante, egocentrica, narcisa.
Se qualcuno non mi dava spontaneamente io mi meravigliavo e prendevo. Con una grande educazione formale, certo, ma con un'enorme violenza di fatto.

Sono cresciuta come una sanguisuga.
Ho spogliato corpi e derubato anime. Ho graffiato cuori e ucciso di indifferenza. Ho lasciato anime morire di stenti, di silenzi, di dolore.
Ho illuso e deluso per il puro piacere di farlo, perché ogni volta ero consapevole di accoltellare qualcuno.
Ho detto "no", anche quando ho detto "si", e ho detto "no" ogni volta che qualcuno mi ha chiesto qualcosa, così, per vedere fino a che punto arrivava il mio potere.
Ho imposto i miei bisogni e i miei desideri anteponendoli a tutto e tutti: prima ci sono sempre stata io.
Prendere o lasciare.
Sono fuggita ogni volta che mi si richiedesse un impegno; o meglio, ho finto di abbracciare un impegno qualche volta, però solo quando ero certa che potevo fuggire di lì quando volevo.
Ho seminato sofferenza gratuita, perché ogni volta che mi trovavo davanti a qualcuno migliore di me, lo manipolavo per poi distruggerlo e il tutto camuffandolo da amore.
Sì, amore.
Perché paradossalmente ho parlato solo d'amore, d'amicizia, di voler bene.
Ho chiamato amore il mio egoismo, la mia avidità, la mia aridità.
Non sono mai stata educata ai sentimenti: ho solo preso. Tanto sapevo che potevo sempre rifugiarmi nel profumo di quel borotalco e nel calore di quelle coccole.

Il bello è che ho scoperto che trattando male gli altri, calpestandoli con garbo e delicatezza ma senza alcuna pietà, torturandoli in maniera implacabile io non "mi perdevo niente e nessuno".
Erano sempre tutti lì. Sorridevano e mi abbracciavano quando volevo.
Sparivano se io decidevo che dovevano sparire.
Ho pensato di essere onnipotente.

Un giorno però ho avuto paura. Paura di morire.
Non sapevo cosa fosse. E ho scoperto che si può star male.
Ho pensato che prima o poi svanirà l'odore di borotalco e il tempo si porterà via la mano che mi ha nutrito di coccole. Non avrò più un nido "sicuro". Avrò delle vere responsabilità dalle quali non potrò esimermi.

Quel giorno ho scoperto di aver vissuto chiamando amore la mia paura di restare sola.
Ho detto ti voglio bene a mille e mille persone, ma non l'ho mai dimostrato a nessuno.
Mi hanno tutti sorriso perché miei "prigionieri" e non perché liberi di scegliermi.

Ho scoperto di essere sola.
Ho scoperto di non avere ricchezze e vestiti.
Ho scoperto di avere fame, di avere sete, di avere bisogno di tutto e di tutti e ho capito che non ci si sazia prendendo e pretendendo.
Ho scoperto di aver perduto molto e molti.
Ho visto il vuoto.
Ci sono caduta dentro.

Ho pensato fosse la fine, ho scoperto che poteva essere solo l'inizio.

Chi mi avvolse in una nuvola di borotalco e baci e coccole, chi mi nutrì di latte e amore, mi aveva messo ai piedi un paio di sandali blu con gli occhi e mi aveva insegnato ad andare da sola, perchè potessi guardare il mondo dagli occhi di quei sandali blu.
Io troppo presa a guardare me stessa, di avere le scarpe non me ne ero accorta.

Adesso mi volto indietro e quei sandali non mi vanno più.
Con umiltà me li lego al collo.
Penso: sarà difficile rifare la strada che non ho mai fatto e farla a piedi nudi. Sarà doloroso, tanto doloroso quanto è stato doloroso il mio incedere nel cammino dei miei compagni di viaggio.
Ma non c'è altro modo.
Devo diventare grande, fosse solo per la felicità di chi mi avvolse in una nuvola di borotalco e baci e coccole e chi mi nutrì di latte e amore.

Non serve chieder scusa. Serve di vivere chiedendo scusa.
Non serve dire ti voglio bene. Serve di vivere volendo bene.
Non serve amare. Serve di vivere amando.
Ora so che serve di vivere. Vivere una vita vera.

sabato 24 settembre 2011

Post-it / 12 la preghiera solida della carne

E' che quando la tua carne è diventata preghiera nella carne di un'altra persona, tu quella persona puoi anche odiarla per il male che ti fa, ma non riesci a permettere a nessuno di toccarti. Quell'unione è respiro sacro. Inviolabile.

E' la preghiera solida della carne.
E' la trascendenza eretica e materiale del corpo.
E' l'energia più pura che sublima ogni più basso istinto elevandolo a misticismo.

La testa può dirti altro, può portarti altrove, farti compiere gesta capaci di corrompere e inzozzare quella bellezza. Può anche manipolare, costringere il corpo. E complicare, rendere difficile la naturalezza, soffocare la gioia dell'esser vivi.

Ma la carne no.
La carne non mente.
Basterebbe ascoltare con umiltà questo nostro corpo e dargli retta per essere un po' più felici.
E davanti a una magia, provare a crederci, senza fuggire altrove.
Semplicemente crederci, come farebbe un bambino.

venerdì 23 settembre 2011

Quando l'amore è pane caldo (Human Touch - Bruce Springsteen)

Lui era appoggiato.
Lui era appoggiato alla piccola porta aperta del piccolo forno.
Quel piccolo forno ancora attivo nel piccolo centro della piccola città.
Quasi l'alba.

Da lì, attraverso l'aria umida e la porta aperta, guardava quei mucchietti ormai ben ordinati di lievito farina e acqua, pronti a diventare pane.
E pensava a quanto si erano dovuti mescolare, amalgamare, confondere, pensava a quanta fatica e quanto amore c'era dovuto volere per mettere insieme un corpo solido e uno liquido e tirarne fuori una cosa tanto bella e omogenea.
Tutta la notte!
Tanto bella e omogenea. Morbida, chiara, appena rotondeggiante, che ricordava certe curve nascoste di Lei.
Lei, eh... Lei era anche nel profumo buono di quell'impasto, in quel già tutto che ancora deve diventare tutto.

Sospirava.

Intanto quei mucchietti erano lì e crescevano a vista d'occhio. Dovevano lievitare diceva il fornaio. Dovevano diventare "pani da un chilo".
Un miracolo praticamente, pensava Lui mentre osservava il compiersi di quel miracolo.

La vita era anche lì e infatti quell'impasto si muoveva.

E già si immaginava la forma che avrebbe avuto dopo la cottura, ne pregustava il sapore, si immaginava quel pane croccante appagare prima i denti, poi il palato infine il naso.
Si, presto sarebbe stato il forno a terminare il miracolo.

E mentre quel profumo era ovunque, ad un tratto Lui pensò a cosa aveva buttato via.
Aveva buttato via tutto il suo pane.
Tutta quella fatica per mescolarsi, capirsi, incontrarsi, tutto quel lavorare per diventare impasto profumato e poi... poi non aveva avuto il coraggio di saltare con Lei fino in forno.
Paura di bruciarsi.
Paura non si sa di cosa.
Paura.
Aveva fatto in modo che tutto restasse per tutto quel tempo a lievitare finchè, alla fine, era andato tutto a male. Tutto a male. E quanto male faceva!

E ora era lì da solo a guardare il pane da cuocere e a cercarvi le forme di Lei.
Capiva che si era perduto metà del viaggio. Quello dei sensi dopo i sensi. Quello dei profumi che appagano denti, palato e naso e tolgono la fame, tolgono il vuoto, tolgono il freddo.

Già faceva freddo ed era quasi mattina. Intanto il primo pane appena sfornato si imponeva all'attenzione. Impossibile non guardarlo e lasciarsi avvolgere da quel profumo.

Chissà come sarebbero stati belli loro insieme se solo... Ma adesso era freddo.
Si tirò su il bavero, si fece mettere dentro una busta di carta un pane intero e, anche se era solo, se lo portò via.

Almeno per un po' fu il caldo di quel pane appena cotto a scaldare i suoi pensieri e la sua solitudine.
Pensò allora di chiamarla per fare colazione con quel pane appena sfornato.
Sì, forse poteva essere una buona idea.

Forse era tempo di mettersi in discussione. 


giovedì 22 settembre 2011

Perché? / 8

Talvolta mi chiedo se esista davvero una versione diversa, migliorabile e infine migliore della mia vita.

Di fatto penso di si. O almeno lo spero.
Ma ho tanti dubbi sul come. Come arrivare fin li.

Si può diventare qualcos'altro, andare altrove, sperimentare, giocare, scegliere, senza far del male a nessuno? Senza "usare" nessuno?

Esistoni interazioni prive di conseguenze?

Si può agire secondo i propri bisogni ignorando i bisogni, le richieste, le necessita' altrui e poi dormire tranquilli la notte?

Il voler bene giustifica ogni nostra debolezza, fragilità, meschinità, piccolezza? Il voler bene può esser usato come nascondiglio e come assoluzione? Il voler bene basta a ripagare i debiti che si contraggono a causa del nostro egoismo? Il voler bene puo' esser alibi per catene e prigioni che infliggiamo a chi ci sta a cuore e a noi stessi?

E i legami ci legano, ci servono per non sentirsi soli o ci danno ali per volare?

E la serenità, la bellezza sono  l'obiettivo di mezz'ora o di un tempo più lungo?

E la tenerezza?
E l'avere accanto qualcuno di importante che per pura distrazione potresti smarrire per sempre non fa paura? E' una cosa così indifferente nel bilancio di una vita?
E perdere la tenerezza di quel qualcuno non merita una riflessione?
Davvero viene sempre prima il nostro ego, la nostra ragione, la nostra grassa e bassa soddisfazione?

Davvero e' sempre più comoda la via più comoda?

E si può scegliere con chi e come spogliarsi nudi, o deve essere un fatto naturale? E si può stare nudi senza provare vergogna?
Ed e' ancora un peccato mortale trovare un corpo che e' perfetto per il nostro corpo, al punto che poi ne fuggiamo lontano e ne proviamo altri per vedere l'effetto che fa?

E delle lacrime di cui - nostro malgrado - siamo causa, ce ne dobbiamo occupare o meglio allontanarsi facendo sparire le tracce?

E la nostra carne e la nostra anima si incastra sempre in perfetta sintonia con l'anima e la carne altrui oppure a volte facciamo in modo che l'incastro "torni", così, tanto per scaldarsi un po' magari approfittando del freddo di chi ci sta davanti?

E come ci si incastra invece con l'anima delle cose?
Come si rispetta l'anima delle cose?

Mi dicono che le cose belle non chiedono troppi pensieri e vanno prese al volo.
E' vero.
Una cosa bella ti accade secondo natura e quindi e' armonica, "fa per te". Ma per prenderla al volo e goderne appieno ci vuole un atto eroico di coraggio, il coraggio di una responsabilità che prevede "presenza".
Il tuo essere presenza, il tuo esserci dentro, ed esserci di fatto. Accada quel che accada.
Altrimenti e' furto, talvolta con scasso.
Altrimenti la vita ci passa sopra, ci scivola addosso, e' solo un frammento di tempo rubato a un'eternita' che non misuriamo, che non contempliamo, alla quale non crediamo.

Presenza. Già...

Talvolta mi chiedo se esista davvero una versione diversa, migliorabile e infine migliore della mia vita.

Guardo la vita che adesso ho e mi dico che si, esiste. Ma come arrivarci facendo un percorso netto, io non lo so. Davvero non lo so.
E certo, una strada va trovata.

So che ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo: per intanto cercherò di farmelo bastare.

mercoledì 21 settembre 2011

Confessioni di un'anima centenaria

Ci fu un tempo in cui non sapevo di avere ancora tutto e sorridevo perché sapevo sorridere.
E amavo ogni cosa senza saper amare.

Poi, conobbi l'umanità. Conobbi il peggio del mio essere di carne.
E in nome dell'amore vidi consumarsi i più atroci delitti.
Terribili, indicibili, mostruosi, quelli contro l'umanità.
Brutti quelli contro di me. Su di me, addosso a me, dentro me.
Nel tempo.

Prima qualcuno rubò la mia innocenza e imparai a dire bugie.
Poi un altro mi strappò via il sorriso: la prima volta fu per poco ma scoprii le lacrime e sentii che avevano il sapore del sale.
Ci fu anche chi si prese la mia fiducia e la tradì: mi accorsi di quanto rumore fa il dolore sordo.
Mi innamoravo ancora di tutto e puntualmente venivo delusa: imparai così a "diventare grande" e vidi che era molto faticoso. Rischiai di morire per la fatica.
Ma non mi scoraggiai.

Poi ci fu chi si cibò della mia verginità, chi banchettò con brandelli della mia anima, chi approfittò di me e della mia bontà. Ci fu chi abusò del mio bisogno di affetto. Ci fu chi tentò di strappare e infangare i miei ricordi più belli promettendo un "per sempre" che non è facoltà di nessuno poter promettere. Ci fu chi comprò con astute bugie le mia anima sempre più timorosa. Ci fu chi mi deturpò il ventre e chi mi graffiò il cuore. Ci fu chi mi mancò di rispetto e chi mi ebbe sempre ma non mi guardò mai. Ci fu chi mi ferì a morte con le parole e chi mi uccise di indifferenza. Rischiai di morire per il freddo.
Ma non mi detti per vinta.

Mi sentii vuota, inutile, stolta. Usurpata. Derubata. Incapace, talvolta.
Conobbi la paura, la solitudine, il silenzio che non ti è amico, l'abbandono.
Conobbi i sentimenti di rabbia, di insicurezza. Conobbi la povertà. Rischiai di diventare cattiva. Di vivere esaltando i miei difetti. I peggiori dei miei vizi. Rischiai di morire per il bisogno.
Ma non mi rassegnai.

Fui sempre salva: lontana dall'odio, lontana dal rancore.
Nessuno infatti era riuscito a spegnere quella piccola luce che rischiarava la mia strada.
Quella che ogni volta mi riportava a quando senza saperlo avevo ancora tutto e amavo ogni cosa senza saper amare.
E allora anche senza carne, con il cuore a brandelli, con le cicatrici e le ferite sanguinanti mi rialzavo e mi rimettevo in viaggio.
Dimenticavo il male per un po' e piano piano mi tornava fame. Una fame buona, quella che mi faceva venire la voglia di innamorarmi di tutto a rischio di farmi ancora male.

Sapevo di non essere più innocente, sapevo di non essere più pura, sapevo che non tutto era meraviglioso e pulito, ma ero un'anima luminosa e forte e bellissima ancora capace di amare.
Amare soprattutto la vita.
Ed è per questo amore che dopo cento anni sono ancora qui.
E ancora so vedere la bellezza e l'armonia.
Ed è per questo amore che dopo cento anni sono qui e provo ad imparare.
A vivere soprattutto.
A vivere, nonostante tutto.
Perché di fare questo eterno viaggio, ne vale sempre la pena.